sabato 5 aprile 2014

"Dizione"

“Dizione”: una riflessione sul tema.

Ho iniziato a studiare dizione l'anno scorso. Sembrava che a breve avrei potuto lavorare in radio ed ero piena di entusiasmo. Attualmente, invece, l'unica trasmissione che ho il piacere di presentare è Letteralmente Sparlando. Le occasioni di fare qualcosa seriamente sono sfumate, ma non la mia passione per le potenzialità della voce. Per questo ancora oggi continuo a studiare dizione e a utilizzarla in alcuni casi e, un po' stanca di troppe dicerie e frecciatine, mi è sembrato opportuno fare qualche riflessione.



Il paradosso dello studente di dizione
Ultimamente una maggiore esposizione a una dizione corretta, fa sì che cominci a venirmi naturale usare una dizione migliore (soprattutto per quanto riguarda le e aperte e chiuse). Ed è faticoso, in realtà, perché non è naturale parlare con una dizione corretta. Il problema è che, anche imparando tutte le regole, non si può parlare con una buona dizione! Non è possibile! Tanta fatica per imparare regole complesse e difficili e poi non le si può usare? Ebbene sì, perché la gente ti guarda come un appestato se parli in italiano con gli accenti giusti (o, nel mio caso, un po' più giusti… non ancora perfetti!). Questo è il vero paradosso dello studente di dizione: apprendere una sorta di lingua che non si può parlare, di cui bisogna quasi vergognarsi. Giuro. Sconvolgente. Non so se sia così ovunque o solo dove vivo io, ma si rischia quasi il linciaggio.

Il legame con le radici
La gente, soprattutto la famiglia, ti guarda come se avessi sputato sulla tradizione millenaria che ti lega alle tue origini. È inaccettabile che tu vada cercando di rimuovere segni della tua appartenenza territoriale! Be', devo dire che invece per me è una soddisfazione quando ora per strada (quando mi sforzo di parlare in modo più neutrale possibile) e le persone mi chiedono da dove vengo, chiedendomi di dove sono perché non sembro di qui. E no, non è voglia di rinnegare le origini e nemmeno vergogna di dire di dove sono, però è la prova provata che non sto studiando senza esito.

Senza scopo
Almeno l'esito c'è, visto che lo scopo è un po' dubbio. Se un anno fa avevo buone opportunità di trovarmi presto a lavorare in radio, ora direi che sono ipotesi molto remote, quindi a che mi serve una corretta dizione? A nulla. La studio nei ritagli di tempo perché mi appassiona e perché non ho intenzione di chiudermi nessuna possibilità. E perché voglio che i miei video sul blog siano sempre più precisi.

La dizione inutile?
Ma poi, anche per lavorare, serve davvero la dizione? Ormai sembra che anche in tv e in radio ci sia una grande flessibilità e, in alcuni casi, addirittura un ritorno alle cadenze il più possibile marcate dal punto di vista diatopico. In realtà, sono d'accordo sul fatto che per parlare in pubblico o con il pubblico la dizione non è di certo la cosa più importante. Serve una bella voce (piacevole, musicale) e serve una buona capacità retorica (per intrattenere, stupire, coinvolgere, trasmettere emozioni). Se ci sono queste due cose, la dizione passa di certo in secondo piano. Tanto più che nel proprio territorio si diventa bizzarre mosche bianche. Una buona dizione però consente di farsi capire in tutta Italia e può essere un modo per migliorare la propria prestazione vocale. Insomma, non è indispensabile ma di certo non è nemmeno inutile, quindi è una strada che voglio percorrere, poi si vedrà.

Tra il dire e il fare…
Studiare dizione significa fare fatica per imparare una lingua che poi non si può usare parlando per non destare risate e sospetti.

Parlare con una buona dizione ci rende stranieri in patria. La lingua pronunciata in modo corretto pare la più sbagliata all'orecchio dell'ascoltatore comune.

 Questo però rende ancora più difficile imparare la dizione, perché si traduce costantemente dalla lingua corrente a quella corretta. Si impara ciò che è giusto fare e poi ci si impone di non farlo lo stesso. Io dico quèsto e penso che devo dire quésto. Pronuncio la parola chiésa  e mi ripeto che si dice chièsa… non è facile studiare regole che poi non si possono usare. Altro che paradosso! È un delirio!
Che fare dunque?

Conclusione
Perché studiare dizione se poi non si può usarla parlando normalmente? È giusto relega la dizione a un linguaggio da parlare solo in occasioni lavorative? È possibile imparare una lingua, se non la si può usare correntemente?

E allora vi chiedo, se conoscete la dizione… voi la usate sempre o solo al lavoro?

E, a chi non la conosce chiedo: cosa fareste al posto mio? La usereste sempre per apprenderla meglio, accettando di sembrare a tutti degli snob insopportabili o continuereste a studiarla ma senza usarla mai nella quotidianità?
E non è che io mi preoccupi troppo di ciò che pensa la gente. Ho decisamente le spalle larghe e mi importa ben poco, però essere continuamente accusata di voler rinnegare le mie origini o di essere una snob, comincia a darmi un po' fastidio.


Ok, sfogo finito. 


22 commenti:

  1. Torino è la città delle e aperte.
    Detto questo, un conto è parlare in maniera corretta (esempio dire "dsukkero" invece di "tsukkero") un altro è esasperare la lingua, che allora può sembrare una costrizione.

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    1. Forse il problema allora è il confine tra questi estremi...

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  2. Romina credo si debba parlare nel modo in cui viene naturale e se si sceglie di studiare dizione (a meno che non sia una esigenza lavorativa) vuol dire che ci si sente predisposti a quel modo di parlare. Io ad esempio nel mio ruolo professionale sono molto attenta alla dizione (autodidatta pero`), mentre nel quotidiano "libero" mi diverte "sciuliare", come si dice dalle mie parti, usando anche termini dialettali. Sicuramente non avro` una dizione perfetta, ma so che vengo ascoltata volentieri e che qualcuno si diverte anche con il mio consapevole "sciuliare". Si fa quel che si puo` nel coltivar passioni e a me la vita non ha mai concesso molto tempo per coltivare le mie, ma l'entusiasmo e` quello che conduce ogni mio passo e siedo volentieri tra questi banchi. Grazie cara maestra! :)
    Licia

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. Quello che ho eliminato era un duplicato ... pardon madame! :)

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    1. Benvenuta sul mio blog, Licia!
      A me piace moltissimo imitare i dialetti e, nel parlato comune, non sono certo una purista della lingua... tanto più che adoro i buffi neologismi. Io però riesco a vedere le due cose (la dizione e la stramberia linguistica) come due parti di me non necessariamente in contrapposizione. Il mondo non sembra altrettanto convinto.

      L'idea di fare dei post di dizione sul blog ce l'ho da un po'... in realtà mi piacerebbe fare delle pillole di dizione con un mio metodo, però non mi sento ancora pronta. Magari in futuro!

      P.S. Non preoccuparti per i commenti duplicati. In futuro, puoi anche solo cancellarlo, perché come amministratrice del blog posso poi rimuovere anche la dicitura "Questo commento è stato eliminato dall'autore". Qui non lo faccio perché poi hai anche dato la spiegazione.

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  5. Quando sono arrivata a Padova, mi prendevano in giro per le e larghe... ora mia madre mi guarda come se fossi un'aliena quando dico "vérde" (che pure è la dizione corretta, ma tentare di spiegarlo ad un vicentino è una causa persa). Quindi ora non ascolto più quello che mi dicono e parlo come mi pare!
    Nella vita quotidiana sto relativamente attenta alla dizione e a volte mi rendo conto di avere una cadenza veneta marcatissima, ma non ne faccio un problema. Quello che mi interessa è correggerla quando sono sul palco.
    Detto questo, dalla mia breve esperienza ti posso dire che una dizione corretta si nota per contrasto: se una persona con dizione corretta parla con una che ha un accento dialettale, si noterà la differenza. Se parlano due persone con dizione corretta o due persone con lo stesso accento, non si nota. Questo è un problema quando attori con provenienze diverse si trovano a recitare nello stesso spettacolo: in tal caso è meglio che tutti parlino correttamente. Anche perché (come ho detto anche nel mio blog) una Medea con accento veneto stonerebbe non poco.
    Dipende anche dall'ambientazione dello spettacolo: l'ultimo a cui ho partecipato era ambientato a Venezia, quindi l'accento più marcato di alcuni personaggi non era un problema. Per l'Amleto o per una tragedia greca, invece, credo che sia molto più importante rispettare le regole della dizione.
    Scusa se mi sono dilungata, ma l'argomento mi interessa parecchio!

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    1. Visto che anche tu hai a che fare con questo "problema" sono molto felice del tuo intervento. Non so, a volte mi sembra proprio di non essere capita e qui sul blog trovo sempre un po' di supporto. Mi devo essere persa il post su Medea (sono state settimane un po' turbolente...), vedrò di recuperare. Grazie davvero tanto per il commento.

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    2. Il post era sulla dizione in generale, quello di Medea era solo un esempio :) Credo che risalga all'anno scorso, forse per quello non l'hai visto.

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    3. Ah, ok. Lo cercherò comunque. Anzi, se hai il link o almeno il titolo, faccio prima. Grazie.

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  6. Ti capisco perché io ho sperimentato il problema involontariamente...
    Dalle mie parti si parla con un accento simile al romanesco, quindi fondamentalmente italiano standard modificato con parole troncate e uso improprio di alcune vocali. Per capirci: se un tuo concittadino passa da qui e ascolta due ragazzi parlare tra loro capisce tutto quel che dicono, anche se sicuramente gli verranno in mente Christian De Sica e Carlo Verdone...
    A casa mia però i miei genitori (peraltro gente umile con la terza media) ha sempre voluto parlare italiano corretto, senza calate romanesche.
    Ebbene: tra i dodici e i quindici anni, alle medie e alle superiori, era un continuo: ogni volta che parlavo c'era sempre qualcuno che mi chiedeva "Da dove vieni?" e io gli rispondevo "Io sono di qui", e subito: "Ma non sei nato qui. Oppure i tuoi genitori sono forestieri".
    Era una cosa assurda: decine di volte mi sono sentito strano perché parlavo - rispetto agli altri ragazzi - in modo diverso, al punto che se gli dicevo di essere nato e cresciuto nella loro stessa città, e che lo stesso valeva per i miei genitori, loro non ci credevano. Gli sembrava impossibile...
    Insomma, in un certo senso è come pensi te: la dizione corretta serve come una "lingua franca" da utilizzare per motivi professionali o quando sei in un'altra regione. Nel tuo contesto se parli "italiano standard" paradossalmente diventi un estraneo, uno che non appartiene alla comunità in cui è nato... Assurdo, però è così.
    Comunque, per dire: studiando inglese ho scoperto che nei paesi anglofoni le parlate locali o sociali hanno la stessa importanza: un nero nato a Harleem che parla inglese corretto anziché usare lo slang dei neri viene guardato con sospetto; un abitante di Liverpool che parla bene l'inglese senza alcun accento "scouse" viene percepito come un rinnegato, uno che si vergogna di essere nato a Liverpool (magari sto tizio parla bene inglese ma non si vergogna affatto di essere un liverpudlian, eppure gli altri lo percepiscono così...)

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    1. Io sono ancora lontana da parlare un italiano perfetto, però, se fino a qualche anno fa la gente riconosceva che venivo da Bergamo dopo due parole (e già all'epoca non avevo un accento molto marcato, rispetto a quello dei miei conterranei), ora capiscono che non sono di Milano ma in genere non sanno bene dove collocarmi (probabilmente sono un pasticcio di influssi dialettali, ormai!). Spesso mi chiedono se sono toscana, quindi mi sto avvicinando all'italiano standard, credo (almeno quando mi sforzo di parlare correttamente). Poi ci sono le eccezioni: due settimane fa mi hanno chiesto se fossi ligure! Questa settimana una donna ha reagito sbalordita alla mia dichiarazione di essere lombarda.

      Di fatto non mi importa molto di quello che pensa la gente... mi pesa solo il fatto che in famiglia vedono il mio studiare dizione come un voler rinnegare le origini e quindi ogni volta che torno nella mia Valle mi fanno sentire forestiera...

      Grazie per il tuo racconto, è confortante vedere che non capita solo a me, anche se, nel tuo caso, almeno la famiglia ti sosteneva (anzi, era lei a incentivarti).

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  7. Posso capire ligure, Romina, ma perché ti prendono per toscana se non parli con le nostre consonanti aspirate?

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    1. Io invece non posso capire "ligure"! Non ho proprio niente dell'accento ligure!
      Se mi impegno posso fare le consonanti aspirate. Ogni tanto mi piace imitare le cadenze regionali. E quella toscana è tra le mie preferite.

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  8. Proprio ieri, per lavoro, ho assistito al motaggio di un video dove un' attrice leggeva dei testi. La differenza tra il suo italiano perfetto ed il nostro, beh, era notevole. Cerca di far capire ai tuoi che voler parlare correttamente non rinnega assolutamente le tue radici. Chi scrive bene di solito parla anche bene.
    Raffaella

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    1. Quando il mio italiano sarà perfetto e qualcuno mi pagherà per usarlo, magari mi crederanno, chissà! Grazie, Raffaella.

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  9. Io invidio tantissimo chi ha una dizione corretta!
    Fino a qualche anno fa si capiva immediatamente che sono veneta, e l'accento veneto molto marcato non mi è mai piaciuto. Quando ho deciso di impegnarmi a "parlare più correttamente" ho fatto qualche progresso (soprattutto con la storia delle "e") ma poi per vari motivi ho mescolato la mia parlata a quella ligure e poi a quella lombarda. Ora mi capita che mi chiedano di dove sono (quando non parlo nel mio dialetto), ma solo perché mescolo il tutto :°D

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    1. Temo di essere nella stessa situazione. Se al mio primo arrivo a Milano, dopo un secondo mi chiedevano se venivo da Bergamo, ora mi collocano qua e là, probabilmente perché mischio varie cadenze.

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  10. Ciao,
    vorrei leggere qualche libro di dizione da autodidatta.
    Tu cosa hai letto? cosa mi consiglieresti ?
    Grazie in anticipo, ciao.

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    1. Benvenuto sul mio blog, Mario!

      Io ti consiglio "Corso di dizione" di Nicoletta Ramorino (edizione Giunti). Io ce l'ho sempre a portata di mano e lo trovo molto chiaro e ben fatto.

      Inoltre in rete puoi consultare il DOP (Dizionario di Ortografia e Pronuncia) per qualsiasi dubbio su parole particolari o per leggere alcune spiegazioni relative a vocali aperte e chiuse e altre cose molto interessanti (lo trovi qui: http://www.dizionario.rai.it).

      Infine, anche se è una fonte molto meno autorevole delle due già citate, se ti va ci sono alcuni miei articoli dedicati alla dizione (purtroppo pochi), che puoi trovare qui: https://tamerici-romina.blogspot.it/search/label/Come%20si%20dice%3F

      Grazie ancora per il commento e per essere passato di qui!

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  11. Scusa il ritardo, grazie mille per i consigli.

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    1. Scrivi pure quando vuoi. Anzi, se ti va, tienimi aggiornata sui tuoi studi!

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