giovedì 9 aprile 2015

"Centomila gavette di ghiaccio" di Giulio Bedeschi: il dovere del ricordo

Oggi sono qui per presentarvi un nuovo post di La biblioteca dimenticata, rubrica fissa sul mio blog curata da Davide Rigonat, il blogger che gestisce La casa della nebbia e l'autore di La nebbia e altri racconti, ebook che ho recensito pochi giorni fa.

L'elenco dei libri di cui si è occupato nei post precedenti è alla fine di questo post.
Oggi ci parlerà di Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi e del dovere del ricordo.

Lo ringrazio e gli cedo subito la parola!


Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi

Cari amici,
questa volta voglio segnalarvi il capolavoro di Giulio Bedeschi, Centomila gavette di ghiaccio, libro arcinoto fino a qualche decennio fa ma che, almeno stando alle mie conoscenze, pochi giovani hanno letto. Non a caso questa volta ho scritto che voglio segnalarvi e non parlarvi di questo libro: non ho infatti intenzione di dirvi gran che né dell’autore né del libro. Perché? Un po’ di pazienza e vedrete!


Innanzitutto due parole sull’autore: Giulio Bedeschi (Arzignano, 31 gennaio 1915 – Verona, 29 dicembre 1990) è stato un militare, medico, scrittore e giornalista. Sottotenente medico durante la seconda guerra mondiale, partecipò nel 1941 alla campagna d’Albania sul fronte greco-albanese in forze alle truppe di fanteria. In quest’occasione ebbe modo di toccare con mano per la prima volta il mito della Julia (la rinomata Brigata Alpina) e di incontrare in prima persona alcuni suoi membri, prestando loro le prime cure. Alla fine della guerra in terra greca gli fu proposto il trasferimento in forze proprio alla Julia; lui accettò entusiasta e fu distaccato presso una batteria d’artiglieria. Di lì a poco l’intera brigata fu spedita sul fronte russo. Tornato vivo in patria, finita la guerra, Bedeschi utilizzerà le annotazioni del diario di Batteria (a lui affidato) per scrivere il suo capolavoro, Centomila gavette di ghiaccio, appunto. Questo libro, pubblicato da Mursia nel 1963 dopo numerosi rifiuti da parte di altri editori, diventò subito un grande successo, vincendo il premio Bancarella nel 1964 e vendendo a oggi oltre quattro milioni di copie in oltre cento edizioni (per la cronaca, la mia è la cinquantaquattresima, quella del 1973). Sempre per Mursia, Bedeschi pubblicò poi altri romanzi incentrati per lo più sulla Campagna di Russia, oltre a curare la serie di volumi C’ero anch’io (di cui il testo forse più famoso è Nikolajevka: c’ero anch’io).

Dal punto di vista letterario, c’è poco da dire. Bedeschi, per quanto scriva bene, non è uno scrittore professionista e si vede. Lo stile è spesso incostante e alterna, soprattutto all’inizio, parti scritte in stile aulico con citazioni e perifrasi classicheggianti a brani molto più semplici e diretti. Frequenti poi sono le ripetizioni e altre piccole imperfezioni che, se durante le descrizioni dei momenti più drammatici riescono talvolta a rafforzare il pathos del momento, in altri appaiono decisamente ridondanti. C’è comunque da dire che anche la forma dello scritto migliora man mano che il libro procede e che la narrazione si fa più cruda e devastante. Anzi, si può ben dire che in tali momenti lo stile semplice che Bedeschi usa ricalca bene lo spirito dei protagonisti della sua storia e ce li fa apparire ancora più (tragicamente) veri e vivi.

Della trama non vi dirò nulla o quasi, anche perché l’argomento è abbastanza noto (spero). Il libro, fortemente autobiografico, racconta la campagna d’Albania prima e, in maniera più estesa, quella di Russia dopo, il tutto visto attraverso gli occhi del sottotenente Italo Serri, suo alter ego. Come l’autore stesso ci dice nella premessa, egli non ha fatto altro che portare testimonianza di ciò che è accaduto al fronte e delle condizioni disumane cui furono sottoposti i soldati italiani. Per rendere l’opera più generale, l’autore ha modificato i nomi di quasi tutti i protagonisti, ma non per questo si è staccato dalla realtà del vissuto. Ciò che si para davanti è l’assurdità e l’atrocità della guerra, e di quella guerra in particolare. Se i nostri soldati furono mandati in Grecia  male armati, privi di mezzi e di una seria organizzazione, ancora peggio andò in Russia. Mentre i combattenti combattono contro i nemici, il fango, la neve e il gelo dell’inverno russo, davanti ai nostri occhi passano in rassegna scene di coraggio, di eroismo, di pazzia; scene degne dei più cruenti libri dell’orrore che si susseguono indossando le vesti della tragica normalità. Uomini semplici che intrecciano le loro vite e che, in grandissima parte, non faranno ritorno a casa. Insomma, cose che, come brontola in dialetto un alpino ferito in Albania: «No le par vere, no le par vere. In Italia non se podarà contàr ‘sta roba, se no i dirà che se conta bàle…». Tra l’altro, già dopo poche edizioni furono aggiunte un numero variabile di fotografie (fino a 187 – 60 nella mia edizione) a testimonianza delle incredibili condizioni descritte nel libro.


Questo libro, potentissima opera di memoria della tragedia di Russia (oltre 100.000 morti), è, secondo me, uno di quelli che ogni italiano dovrebbe leggere almeno una volta nella sua vita,e non per spirito di patriottismo, ma, appunto, per il dovere del ricordo e per farsi un’idea reale di ciò che è successo. Questo libro, sebbene non si proponesse fini polemici di sorta, mostra tragicamente come spesso nella nostra recente storia (bellica in particolar modo – basti pensare a come era stata condotta anche la Prima Guerra Mondiale) la presunzione, la faciloneria e l’arroganza abbiano guidato le scelte dei potenti d’Italia, che senza adeguata preparazione si imbarcavano in imprese non solo più grandi di loro, ma di cui non sanno quasi nulla. Per fortuna da allora non abbiamo più dovuto affrontare alcuna guerra, ma è comunque un atteggiamento mentale che, permettetemi, non mi sembra sia mai stato abbandonato dai nostri alti dirigenti, che alla fin fine hanno sempre lasciato sulle spalle di chi sta sotto il compito di tenere in piedi la baracca. Opinione personale, ovviamente.

Insomma, un libro a cui è difficile restare indifferenti e che vi consiglio di leggere.

Una nota pseudo-polemica per chiudere: nel 2006 lo storico Benito Gramola ha portato alla luce una parte poco nota della vita di Bedeschi. Questi infatti, ritornato vivo in patria, dopo l’8 settembre 1943 si iscrisse al Partito Fascista Repubblicano e, nell’ambito della RSI, comandò la XXV Brigata Nera Arturo Capanni di Forlì (non esattamente una compagnia di suore della carità). Finita la guerra, Bedeschi fece perdere le sue tracce per alcuni anni, per poi rispuntare come medico reumatologo e scrittore. Negli anni seguenti egli evitò sempre di parlare di questa parentesi del suo passato, sebbene negli ambienti dei reduci della RSI la cosa fosse nota. Molti giornali (e in particolare l’Avvenire) negli ultimi anni hanno ripreso questa notizia, facendo un discorso che potremmo banalizzare così: «Sì, ha scritto un gran bel libro MA era Repubblichino». Adesso, a prescindere dalle opinioni e dalle idee di ognuno, mi spiegate cosa c’entra con il valore di un libro il fatto che questo a 28 anni (e dopo almeno 18 anni di indottrinamento e tre di guerra al fronte) abbia aderito al partito fascista piuttosto che alla Resistenza? Tra l’altro, nel testo non vi è nulla di politico o di dichiaratamente filo-fascista. Il tamburo di latta è meno bello perché Günter Grass da giovane è stato filonazista? Mah. Molto più saggi, per esempio, i Padri della Chiesa che, non potendo negare la bellezza e la perfezione dello stile di Lucrezio e del suo De rerum natura, nonostante i suoi contenuti fossero in varie parti considerati blasfemi ed eretici, risolsero il problema ragionando esattamente all’opposto e sentenziando che «Sì, era affetto da pazzia e quindi spesso delirava, MA ha scritto un capolavoro».


Io, purtroppo, rientro nelle schiere di italiani che non hanno letto questo capolavoro, quindi sono felice che Davide me lo abbia fatto scoprire almeno un po'. E spero sia stato così anche per voi.
Lo ringrazio ancora una volta per questo bell'articolo.

Di seguito i link a tutti gli altri testi di cui ha parlato Davide:



Hanno parlato di questo articolo:



4 commenti:

  1. Non ho mai letto il libro, ma lo conoscevo perché il mio ex coinquilino (studente di medicina e quasi compaesano di Bedeschi) non perdeva occasione per citarlo e ci raccontava quegli episodi quasi come se li avesse vissuti lui.
    Non sono un'appassionata di questo genere di romanzi, ma credo che ognuno dovrebbe leggere storie di guerra, almeno per rendersi conto di com'era veramente la vita in quegli anni. E per rendersi conto della fortuna che abbiamo a vivere in un'epoca di pace.

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    1. Martedì ho letto in pubblico un brano su un reduce... è stato emozionante vedere la reazione del pubblico, soprattutto di alcune persone che avevano avuto dei parenti dispersi in guerra o reduci. Concordo sulla necessità di fare memoria, pur non amando, come te, il genere letterario in sé.

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  2. L'ho letto secoli orsono per la scuola.
    Ritengo che la cosa veramete importante di questo libro non sia lo stile con cui è scritto. Non era scrittore professionista dice chiaramente Davide. Quello che conta è la Storia, quella con a S maiuscola, fatta di vittime non solo della guerra ma anche della disperazione, della disorganizzazione, del potere.
    Non voglio far politica, non mi interessa quello. Dico solo che quando gli esseri umanni non sono carne da macello come invece è stato nella realtà e come risulta bene da questo libro.
    Non sapevo che fosse diventato repubblichino, però....

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    1. La Storia con la S maiuscola, raccontata da chi l'ha vissuta, è decisamente il migliore documento storico.

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