giovedì 5 aprile 2012

"Saper scrivere"


Saper scrivere: autostima e superbia, coraggio e malinconia.
“Ma tu sai scrivere?”.

No, non vi sto prendendo in giro, questa è una domanda che mi sento fare spesso o, meglio, che mi faccio spesso. Quando parlo della mia passione per la scrittura, le domande più o meno si ripetono: quando hai cominciato?, perché?, cosa provi scrivendo?, … (tutti temi che ho affrontato ormai mesi fa nei primi post di questo blog, le W questions), ma la domanda latente, quella nascosta e celata, è sempre la stessa: “Ma tu sai scrivere?”, che cosa puoi vantare, quali titoli puoi mettere sul piatto del tuo valore? Ok, nessuno è mai stato così esplicito, ma io me lo chiedo sempre.

Posso definirmi scrittrice?
Sì?! E perché? Perché ho pubblicato due libri con un print on demand?, perché ho partecipato a dei concorsi?, perché ho un blog in cui parlo di scrittura?, perché mi piace scrivere?, …
Oppure no?! E perché no? Perché non ho pubblicato con un editore tradizionale?, perché nella mia vita ho vinto pochi concorsi?, perché non ho titoli ufficiali?, perché non ho partecipato a corsi appositi?, perché non vivo di ciò che scrivo?, …
Insomma, lo sapete come la penso. È lo slogan del mio blog: “Uno scrittore non è colui che scrive per vivere ma chi vive per scrivere”. In altre parole, è in virtù di questa mia definizione che posso definirmi “scrittrice”, ma la questione qui è un’altra: so scrivere? In che senso? Forse penserete che io sia paranoica, ma forse invece è capitato anche a voi di chiedervelo di fronte a un concorso perso, una critica un po’ troppo acida, un rifiuto editoriale, …

So scrivere?
So scrivere?
So scrivere?

Che poi è come chiedersi: ha senso continuare a leggere saggi e guide, fare esercizi, confrontarmi, migliorare, gestire un blog, …? Ne vale la pena?
Mi conosco, a qualsiasi persona, anche solo minimamente dotata, direi di non mollare mai, di crederci fino alla fine, di lottare con le unghie e con i denti. A volte lo dico anche a me stessa, ma non sempre con tutto questo entusiasmo. E non è falsità, non è pietà, non è quieto vivere e neanche vana voglia di regalare speranze: se si ha una vocazione, bisogna seguirla fino alla fine, con coraggio e dedizione!
Ma la domanda resta, come un martello.
So scrivere?

Se vi aspettate una yes-no answer potete abbandonare il post, non troverete risposte nell’aforisma di questo mese.

Per dire di saper scrivere bisogna avere una buona dose di autostima e di superbia, per arrendersi al fatto di non esserne in grado ci vuole coraggio e troppa malinconia.
Questa è la motivazione che mi porta a dire che non posso rispondere alla domanda, che non spetta a me. Per dire che so scrivere dovrei avere un po’ di autostima e credo di essere a corto da sempre. Mi servirebbe poi anche un po’ di superbia, per non avere dubbi e potermi “vendere” meglio come artista. Dunque, visto che non ho autostima e superbia (almeno spero!) potrei dire di non esserne capace, ma, per farlo, mi servirebbe troppo coraggio: significherebbe arrendersi, gettare la spugna e questo mi lascerebbe in una malinconia senza fine.

Dunque nessuna risposta e non sono certo qui a chiederla a voi, ma mi piacerebbe sapere se vi siete mai posti la domanda e se siete riusciti a darvi una risposta.
Quale componente (autostima, superbia, coraggio di lasciar perdere o di continuare a lottare, malinconia, …) prevale in voi nei momenti di sconforto e/o in quelli di successo?

19 commenti:

  1. Io sono piuttosto discontinuo e ciò mi porta, di conseguenza, a essere irrimediabilmente inconcludente. Sono perennemente in bilico tra quelle che hai chiamato superbia e malinconia, e a seconda del momentaneo equilibrio vado in una direzione o nell'altra. A volte l'avere un obiettivo (e.g. il concorso "Pirati!") mi aiuta a concentrare i miei sforzi.
    In te mi sembra di vedere una grande determinazione. Se è vero che hai ricevuto critiche o rifiuti editoriali, ti comporti da lottatrice nella promozione del tuo lavoro! Non la definirei superbia, perché solitamente si dà un significato negativo, ma se fossi bravo nella scelta delle parole avrei molta meno difficoltà a scrivere! ^^

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    1. Ora che hai più tempo libero vedrai che riuscirai a trovare un tuo equilibrio e a creare qualcosa di bello (lo facevi già prima, quindi...). Lasciati solo un po' di tempo, è stato un periodo stressante, almeno immagino.

      Io tendo sempre a fare mille cose contemporaneamente e con la volontà di farle tutte al meglio delle mie potenzialità. Non è semplice, anzi è una vera fatica, ma sono fatta così. Che sia determinazione? Non lo so, in genere prevale in me la paura di fallire, di sbagliare, ma nonostante questo continuo a lottare, chissà perché...

      Rifiuti editoriali ne ho ricevuti alcuni per un mio libro scritto a 15-16 anni e poi abbandonato a se stesso. Poi mi sono data al POD e ora, beh ora... la sinossi da finire, gli editori da contattare, gli esami da preparare, i progetti da seguire, ... il tempo è sempre pochissimo ma si fa quello che si può!

      Grazie per le bellissime parole e in bocca al lupo per tutti i tuoi nuovi progetti e per l'inizio di una nuova fase della tua vita!

      P.S. Non mi sembri un tipo "superbo", se mai "sicuro di te" almeno a volte e non certo una cosa negativa!

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    2. Sì, superbo nel senso di "una certa stima di me", o quantomeno nella mia vis creativa. Non tanto da finire nella cerchia dei superbi!

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    3. Come sempre "in medio stat virtus"... avere stima di sé è un bene, essere suberbi no.

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  2. Intorno al 1500, in Veneto, molti pittori validi si proponevano per fare ritratti a nobiluomini, religiosi, andavano a promuovere le loro opere per farsi conoscere, facevano insomma, la gavetta.
    Solo uno restava nella sua bottega, se i ricchi o i vescovi volevano un ritratto fatto da lui erano loro a doverlo cercare bussando alla porta del suo negozio, questo era il suo modo per vendersi, faceva il prezioso, l'uomo che non deve chiedere mai.
    Si chiamava Tiziano e questo è il motivo per cui ci ricordiamo di lui e non degli altri.

    Nulla ci impedisce di fare la gavetta, di ricevere rifiuti, di perdere concorsi e di fare esperienza, ma un po' di arroganza, come in tutte le arti ci permette di spingere sempre di più.
    Nel 2005 avevo scritto un racconto, veramente un racconto carino, a detta mia e di tutti; lo mando a un concorso con l'orgoglio di mamma, ci credo che possa vincere, ma non fino in fondo (la famosa legge d'attrazione)... infatti non vince e io non scrivo più.
    E' durata qualche mese, poi avevo la nausea, l'ansia e ho dovuto ricominciare. Non ho "voluto", di voglia ne ho sempre avuta, ma l'orgoglio ferito di mamma scrittrice mi frenava, la spirale dei concorsi è la discesa nel Malestrom... Poi ho dovuto ricominciare, fisicamente.
    Ma tu perchè non ti dici di continuare con lo stesso entusiasmo che usi con gli altri? Mi colpisce questo....

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    1. Bellissimo il discorso su Tiziano!
      Forse hai ragione.
      Oggi gli scrittori più "famosi" (non ho detto "bravi") sono quelli che spesso non fanno nulla per ottenerlo, ma fanno un po' le star.

      Mi dispiace per la tua crisi nel 2005... un rifiuto non è mai facile da accettare, ma l'importante è rimettersi in pista. Un nuovo concorso, un progetto di scrittura collettiva, un libro, ... qualsiasi cosa per uscire dall'impasse.

      Per quanto riguarda la mia incapacità di incoraggiare me stessa, credo sia tutto legato alla poca autostima e alla paura di fallire... il confine tra illudere e sostenere può essere fragile e, se rotto, doloroso. Per mio carattere, mi è più facile credere nelle risorse degli altri che nelle mie. Grazie per aver condiviso qui la tua esperienza e in bocca al lupo per il futuro!

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  3. Credo che il saper scrivere sia una dote che non si finisce mai di apprendere.
    Ci sono percorsi che ogni scrittore dovrebbe fare, e per scrittore intendo sia quelli già affermati sia quelli che provano il solo piacere nello scrivere.
    La scrittura è come un ciclo di vita che si trasforma, si modella.
    A volte capita che non scriviamo con lo stesso stile perché sono i nostri stati d'animo a guidare lo stile stesso.
    Solo quando uno scrittore sarà in grado di comprendere le tecniche di scrittura ed inventare uno stile tutto suo, (esempio pirandelliano, verghiano, ecc, definiti nei dizionari della lingua italiana) allora potrà vantarsi di essere LO SCRITTORE.
    Gli altri sono scrittori e basta.

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    1. Sono d'accordo con te: non ci sono solo talento e ispirazione, bisogna studiare, imparare e crescere ogni giorno di più. Avere uno stile è importante e, anche senza rientare nel dizionario, spero di poter un giorno averne uno da sentire completamente e pienamente mio, di quelli che chi legge pensa: "Ah, questo deve essere stato scritto da lei". Essere riconoscibili è un modo per essere unici, anche se il successo (economico o lavoratino) non ne dà conferma. Grazie per la condivisione di questa riflessione!

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  4. Forse non ha importanza aver pubblicato libri per definirsi scrittori, anche se io ho deciso di definirmi tale solo dopo che avrò pubblicato il 10° libro, quindi forse mai :)

    Non sono d'accordo sulla superbia. Non bisogna essere umili, ma modesti. Non superbi, ma decisi. Bisogna prima crescere come scrittori, e questo significa sentire cosa altri, perfetti sconosciuti, dicono di ciò che scrivi.

    Non bisogna quindi essere timidi, ma gettarsi nella mischia. Apparire. Farsi conoscere.

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    1. Solo dopo il decimo libro?! E perché questa soglia? Beh, però capisco il tuo ragionamento, almeno credo. E poi hai detto 10 non 100, mi sembra un traguardo fattibile!
      Ovviamente bisogna farsi leggere e criticare, ma la cosa importante, secondo me, è non presentarsi mai come dei talenti geniali. Forse è quello che tu intendi con "non umili ma modesti".
      Prima di aprire un blog non avevo mai pensato all'importanza di apparire e "farmi sentire", ma le cose cambiano...
      Grazie!

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  5. Che importa discutere di definizioni? Sono solo tentativi di incasellare e comprimere la naturale diversità ed eterogeneità. Stabilire quando uno può definirsi "scrittore"? Non mi interessa, mi sembra un modo sterile di impiegare il proprio tempo. Meglio impiegarlo a scrivere, o a fare mille altre cose. Per me quando si crea qualcosa (a prescindere da cosa), il tempo è bene impiegato e non lo è altrimenti.

    Ritengo di saper scrivere in un modo sostanzialmente corretto dal punto di vista grammaticale, decisamente al di sopra della media della POPOLAZIONE. Per quanto riguarda la mia capacità di coinvolgere con ciò che scrivo, non credo invece di potermi collocare sopra la media DI CHI SCRIVE, o quantomeno non lo so. E se dovessi consigliare a qualcuno una lista di romanzi/racconti/saggi leggibili nel corso di una vita non includerei mai uno dei miei.

    Leggendo il libro sull'editoria pubblicato online da Aldo Moscatelli, e citato da Romina in un suo recente post, mi sono fatto molte domande sul "se" e sul "perché" scrivere. Faccio una premessa: tra i libri che leggo, solo un 5% è recente (degli ultimi 5 anni) e solo un 2-3% lo acquisto come nuovo (dati ISTAT, ovvero percentuali a casaccio). La gran parte di ciò che leggo è ciò che trovo in casa, che devo dire essere decisamente ben fornita; il resto lo prendo in biblioteca oppure lo acquisto usato.
    Leggo in media 1-2 libri al mese, e con questo ritmo, in 70 anni avrò letto 840-1680 libri. La maggior parte di ciò che leggo mi soddisfa e penso ciò dipenda dalla selezione che faccio a monte. Credo che ogni anno nel mondo venga pubblicato un numero di libri almeno 10 volte maggiore di quello che potrei leggere nell'arco di una vita.

    Morale della favola: leggere ciò che è già stato scritto in passato non mi costringe affatto a leggere robaccia, perché ci sono sicuramente ben più di 2000 libri validi e c'erano già anche un secolo fa, probabilmente.
    Se tutti facessero come me, l'editoria fallirebbe. Sarebbe un peccato? Non so, ma ne dubito. Certo, se si tratta di saggistica (storica, scientifica e di altro tipo), la "novità" ha un suo senso, ma in narrativa? E' altrettanto vero?

    Da ciò sono arrivato alla tremenda conclusione che scrivere per farsi leggere è sostanzialmente una perdita di tempo. Per fortuna ho sempre scritto principalmente per me stesso e questo mi porta a continuare a scrivere.
    Ma sto ripensando la mia decisione di tentare di ottenere un riconoscimento esterno, una pubblicazione: potrei davvero mai produrre qualcosa che rientrerebbe nella lista dei "libri da leggere nel corso di una vita"? Non credo sia pessimismo ritenere questo evento improbabile.

    Anche considerando la componente economica, le probabilità di sostentarsi scrivendo sono scarse.

    Bene, spero di non avervi scoraggiato troppo. Buona scrittura / lettura.

    Disclaimer: questo post non rientra nella lista di "cose da leggere nell'arco della propria vita". Le cellule cerebrali uccise durante la sua stesura erano già moribonde. Tutti i diritti rovesciati.

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    1. Beh... che dire? Come rispondere al tuo commento? Ho così tante cose per la testa che potrei risultare caotica e contorta (anche più del solito!).

      Sicuramente il tempo usato per creare è tempo ben speso e su questo sono d'accordo. Anch'io scrivo per me stessa, ma la scrittura (come ogni altra forma di comunicazione) nasce per un destinatario, che sia il tuo io oppure un terzo soggetto non fa molta differenza. "Scrivo per me, ma pubblico per gli altri" questo è uno dei miei motti. Che senso avrebbe pubblicare e condividere, se non mi interessasse quello che gli altri possono ricavare dalle mie parole? Sarebbe sono un autocompiacimento senza senso.

      Hai ragione sul fatto che non si può vivere di questo (almeno non io!) e nemmeno io metterei i miei testi nelle "cose da leggere nell'arco della propria vita", ma il semplice fatto che per anche solo una persona nel mondo possano significare qualcosa rende valida l'impresa.

      Di tuo ho letto solo un incipit e non posso certo sbilanciarmi, ma continua sempre a fare quello che credi e a dire la tua opinione qui e altrove. Su molte cose saremo d'accordo e su altre no, ma già il fatto che se ne parli è una cosa buona. Non mi hai scoraggiato, mi hai offerto un nuovo punto di vista e di questo ti ringrazio.

      Sul fatto che il mio post non sia da leggere forse ti do anche ragione, ma tu ormai l'hai fatto! Scusa, manderò una corona di fiori alle tue cellule celebrali per il funerale.

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    2. @Abisso: Grazie! Tu hai capito perché, vero? Bene... sei davvero un gentiluomo come pochi! Grazie!

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    3. Prego, figurati. Fra l'altro vorrei precisare che quel "post" a cui mi riferivo era il mio, non il tuo. Forse avrei dovuto scrivere "risposta a questo post", e sarebbe stato tutto più chiaro. Stavo soltanto facendo un po' di autoironia, insomma; tuttavia cercherò di essere più preciso in futuro, anche tenendo conto della tua tendenza a cogliere ogni occasione per buttarti giù. ;)

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    4. L'autoironia è una cosa che apprezzo tantissimo... mi prendo molto sul serio, ma proprio per questo so essere critica nei miei confronti anche in modo ironico... e stimo le persone che sanno mettersi in discussione!
      In ogni caso, avresti anche potuto dire che il mio post era potenzialmente pericoloso per le cellule celebrali, non sarebbe stato poi così inverosimile. In un modo o nell'altro mi sarei rialzata in piedi, prima o poi (autoironia!). Grazie ancora, a presto!

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  6. Secondo me uno scrittore è tale quando qualcuno è disposto a pagare soldi in cambio delle sue storie.
    Mi sembra che tu lo sia, quindi :)
    Il resto varia da persona a persona, immagino.

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    1. Beh, se per "qualcuno" non intendi grandi cifre, ma anche numeri molto modesti, posso ritenermi scrittrice secondo la tua definizione.

      Certo, se penso ai libri più venduti degli ultimi anni, mi viene da pensare che il talento di uno scrittore non si misura in copie vendute (quelle, al massimo, sono un indicatore del suo successo).

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  7. Non mi sono spiegata bene :)
    Mi riferisco al salto da "caro diario" a produrre qualcosa che abbia un valore oggettivo agli occhi del mondo.
    Come tu sai meglio di me, una persona su cinque scrive. Quello che scrivono però non si regge sulle proprie gambe, serve al suo autore per riflettere, o per dargli soddisfazione in qualche maniera, va benissimo, è sempre degno di rispetto, ma scrivere da scrittori è una cosa diversa.
    Se qualcuno ha ritenuto le tue storie tanto valide da essere scambiate con gli stessi soldi che si usano per comperare il pane e il latte, allora tu sei una scrittrice: come dici tu, il numero di copie non c'entra nulla :)

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    1. Ti sei spiegata bene, sono io che ultimamente capisco poco... comunque arrivare a un "valore oggettivo agli occhi del mondo" mi sembra un grande traguardo, più che il mio punto di partenza! Ho ricevuto più pareri positivi che pareri negativi da chi ha letto i miei libri, ma non si può mai dire. L'immagine finale sui soldi rende molto bene il tuo pensiero... mi viene da dire (come battuta ovviamente) che dipende da quanta fame si ha! I libri per me sono beni di prima necessità, ma solo perché do quelli di primissima necessità (pane e latte) per scontati. Il fatto che ci sia qualcuno che usi i suoi soldi per leggere ciò che scrivo in effetti è una cosa che dovrebbe rendermi fiera forse, sai che non ci avevo mai pensato? Sarà perché con il POD non si vedono molti diritti d'autore! Grazie per la bella riflessione. A presto!

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