venerdì 22 giugno 2012

"La paura è un volo di rondine": esercizio di scrittura - 10 parole nuove da usare - maggio 2012


Ci ho messo un po’ più del previsto, perché le cose da fare sono aumentate in questo periodo e mi sto riorganizzando con i nuovi impegni. Comunque sono sempre in linea con i tempi standard, quindi poco prima della fine di un mese ecco l’esercizio con le dieci parole del mese scorso apparse su “Penna Blu”, il blog di Daniele Imperi. Considerato che oggi è il 22 giugno, sono anche in anticipo sulla tabella di marcia.  
Ecco il breve racconto ricavato dalle parole di maggio. È una sorta di esperimento molto dialogato e un po’ allegorico. Spero vi piaccia. Le parole, come al solito, sono indicate in blu e potete trovare una loro definizione al link che vi ho indicato qui sopra, dove c'è anche l'esercizio di Daniele.



La paura è un volo di rondine
«Che schifo» cominciò lei a borbogliare, mentre passeggiavano lungo il molo.
«Ti riferisci alla barca laggiù, vero?» replicò lui, indicando con un gesto il porto.
«Non fare il saccente con me, ma ti pare che stia parlando della barca?».
«Non è da te usare un linguaggio così scurrile».
«Ah, non è da me… be’, sai che c’è? Forse sono stanca di fare la ragazza per bene, che non dice parolacce e che parla forbito».
«Eh, ma sono vizi che è difficile togliersi. Che cosa fa schifo, dunque?».
«Tutto questo fa schifo».
«Veramente…».
«Smettila!» gridò furente la donna.
Tra i due calò, come una scure sul capo del condannato a morte, il silenzio.
Lungo, inquietante, insopportabile.  

Dalla falchetta dello scafo di una piccola barca, una rondine osservava incuriosita la scena e, come per vedere meglio, si spostò su un gherlino poco distante dai due, sperando forse di coglierne i dolorosi discorsi.

Passando vicino alle vecchie case vicino al porto, lui prese a calci un rosticcio per ridurlo in frantumi, come forse ormai era il loro amore.  Era l’ora di pranzo e dalle barche vicine veniva un rumore di gamelle appoggiate alla rinfusa sui tavoli di bordo. E quel piccolo rumore era come squillo di mille trombe nel silenzio irato dei due. Tra loro le travi di legno del porto erano come sodaglia  resa arida dal sole della più torrida estate ed era ormai impossibile immaginare di creare un solco in cui veder scorrere l’acqua del perdono.

«Non ti ho detto tutta la verità» riprese infine lei, distrutta da quel silenzio.
«Ti ricordi quando sono andata in ospedale?».
«Certo che mi ricordo. Ti avevano diagnosticato una brutta sprue, forse causata da quelle  fasciole  che ti eri presa venendo in campagna dai miei qualche mese fa».
«Ma la smetti? Sto cercando di dirti tutto e tu mi sciolini tutte queste parole mediche che mi fanno solo sputare fiele!».
«E tu dicevi di non voler più parlar forbito! Comunque sei stata tu a raccontarmi questa diagnosi…».
«Mi ero documentata, volevo che mi credessi, ma ora…».
«Ora?».
«Io non ho una sprue».
«Che bella notizia, amore!».
«Non è una bella notizia» prese fiato prima continuare e sospirò: «ho un teratoma».
«Ma…».
«Aspettavo un bambino, poi…».
Lui, medico anche se da pochi anni, sapeva cosa significasse tutto ciò e finalmente comprendeva il perché in quel periodo lei fosse stata così distante e assente, così lontana dalla vita.
«Affronteremo questa cosa insieme, vedrai».
Istintivamente cercò di appoggiarle una mano sulla spalla, ma lei si ritrasse. Il movimento brusco spaventò la piccola rondine che d’improvviso se ne volò via.


Questo è il testo. Lo so, è un po’ strano, ma come racconto breve con queste dieci parole mi sembra leggibile. Mi piacerebbe rivederlo di più e trasformarlo in un vero e proprio racconto più strutturato. Chissà, magari un giorno. Intanto se vi va, fatemi sapere cosa ne pensate. E, se volete, ripetete l’esercizio con queste dieci parole. 





4 commenti:

  1. Brava, ottimo esercizio :)

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  2. L'inizio è davvero molto buono, fino a tutta la parte del dialogo. Il doppio uso di "schifo" è molto divertente, anche se definire scurrile tale vocabolo è un po' forzato. Ma credo dipenda da quali standard si hanno. Si vede che non ti sei ancora stancata di di fare la ragazza per bene, che non dice parolacce e che parla forbito. ;)

    La similitudine tra i calcinacci e l'amore ormai in via di svanire è azzeccata, ma per come è formulata suona leggermente strana. Forse perché accosti un'azione attiva (mandare in frantumi) con una situazione passiva (essere in frantumi).
    Invece funziona molto bene "creare un solco in cui veder scorrere l’acqua del perdono.". Mi è piaciuto molto.

    «Ma la smetti? Sto cercando di dirti tutto e tu mi sciolini tutte queste parole mediche che mi fanno solo sputare fiele!».
    Qui dovevi osare leggermente di più con il linguaggio forbito, per giustificare meglio la risposta dell'altro.

    Ti segnalo poi un "vicino - vicino" nel terzo paragrafo e il refuso "sciolinare".

    A parte questo è un buon testo: particolarmente efficace è l'atmosfera, rallentata dall'idea del porto nel caldo estivo, e per giunta all'ora di pranzo. È un setting perfetto per il dialogo che avviene tra i due, già in crisi e che devono affrontare un ulteriore tema delicato.
    E gli stessi dialoghi funzionano bene, così come il finale.

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    Risposte
    1. Grazie per il commento articolato e gli utili suggerimenti.

      Molto dipende dagli standard, comunque in alcuni punti dovevo esagerare di più l'effetto, hai ragione.

      Sulla similitudine dei calcinacci hai ragione, ma è una cosa a cui sinceramente non avevo mai pensato.

      Credo che prima o poi farò una versione estesa di questo testo e allora terrò in considerazione tutti i tuoi suggerimenti. Forse dovrei correggere già qui... magari domani.

      Di solito i miei dialoghi non funzionano del tutto, quindi è un passo avanti.

      Grazie per il commento e l'analisi. A presto!

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