giovedì 20 dicembre 2012

Raddoppiamento sintattico

Raddoppiamento sintattico: quando due parole diventano una e una consonante raddoppia.


Questo mese la rubrica degli errori arriva in anticipo per lasciare temi più leggeri il giorno di Natale, come da programma. Oggi affronteremo il raddoppiamento sintattico, cercando di capire da cosa deriva e quali errori in genere si commettono. Il tema era emerso parlando di be’, beh e bè quando nei commenti era sorto il termine vabbè. Si può usare? Prima della fine del post, avremo una risposta.


Che cos’è il raddoppiamento sintattico?
Il raddoppiamento sintattico (o anche fono sintattico) è un fenomeno di fonetica sintattica, si produce cioè non all’interno di una singola parola ma nell’ambito di una frase. Si tratta di infatti di un’assimilazione regressiva* che avviene all’interno di una frase, perché nel parlato parole grammaticalmente separate vengono pronunciate unite. Spesso il fenomeno è dovuto alla vecchia forma latina in cui una consonante a fine parola sparisce ma si trasforma in un raddoppiamento nella pronuncia come nel caso di ad valle(m) che in italiano diventa a valle (pronunciato quasi come una parola unica e accentuando la v [av’valle]).

* Per assimilazione consonantica regressiva o assimilazione regressiva si intende il fenomeno per cui in un nesso di due consonanti difficili da pronunciare, la seconda consonante assimila (cioè rende uguale) a sé la prima (es. damnu in latino è diventato danno, quindi la n ha assimilato a sé la m  che la precedeva).

Quando si produce?
Il raddoppiamento fonosintattico è dunque un fenomeno orale che in genere non viene rappresentato nello scritto.

Si produce:
  • Dopo i monosillabici forti, cioè dotati di accento tonico che può essere rappresentato graficamente (es. dà, è, là, lì, sì, sé, né…) oppure no (es. a, chi, da, fa, fra, ha, ho, qua, qui, re, sta, tre…). Per esempio in a casa (pronunciato quasi come una parola unica e accentuando la c [ak’kasa]). Questo avviene perché la maggior parte dei monosillabi in latino avevano una finale consonantica che sparendo ha provocato un raddoppiamento di suono (es. a < ad). Nei casi in cui i monosillabi in latino non presentavano una finale consonantica il fenomeno del raddoppiamento sintattico è sorto per analogia.
  • Dopo le parole tronche, indipendentemente dal numero di sillabe (es. andò, capì, partì…).
  • Dopo quattro polisillabi piani: come, dove, sopra e  qualche. Per esempio in dove va (che si pronuncia come un’unica parola, sottolineando la v [‘dovev’va]).

È tutta una questione di pronuncia?
Immagino che vi starete chiedendo perché tutta questa complicata spiegazione visto che nello scritto tutti questi raddoppiamenti non vengono scritti e quindi non rappresentano un problema per uno scrittore. Bene, un motivo c’è. Ci sono alcuni casi in cui il fenomeno del raddoppiamento fono sintattico è rappresentato e si tratta del caso delle parole univerbate, cioè di due parole che non solo vengono pronunciate assieme ma vengono anche scritte unite, divenendo un’unica parola, pertanto il raddoppiamento nella pronuncia viene reso anche allo scritto (con un consonante doppia).

Esempi di raddoppiamento sintattico nello scritto
Per cercare di non commettere errori nello scritto vediamo un piccolo elenco di esempi:

  • Appena (a + pena)
  • Checché (che + che)
  • Chissà (chi + sa)
  • Dappoco (da + poco)
  • Davvero (da + vero)
  • Eccome (e + come)
  • Ebbene (e + bene)
  • Eppure (e + pure)
  • Frattanto (fra + tanto)
  • Giacché (già + che)
  • Giammai (già + mai)
  • Laggiù (là + giù)
  • Lassù (là + su)
  • Macché (ma + che)
  • Nemmeno (né + meno)
  • Neppure (né + pure)
  • Ossia (o + sia)
  • Quaggiù (qua + giù)
  • Quassù (qua + su)
  • Sebbene (se + bene)
  • Seppure (se + pure)
  • Sissignore (sì + signore)
  • Soprattutto (sopra + tutto)
  • Tressette (tre + sette)

Raddoppiamenti sintattici non ancora accettati
La lingua evolve e molti dei raddoppiamenti sintattici nelle parole univerbate dell’elenco riportato si sono formati in tempi più meno recenti. L’elenco non è esaustivo, ma, anche se lo fosse, sarebbe destinato a non esserlo per sempre, perché ci sono tendenze in atto che portano a scrivere univerbate molte parole che in realtà non lo sono.

Vediamo alcuni esempi:

  • Cosissia
  • Eddai
  • Eggià
  • Eppoi
  • Maddai
  • Mavvà
  • Vabbè

Oggi queste scritture sono considerate errate, ma un domani chi può dirlo?
Questi sono tutti casi di raddoppiamenti sintattici che si possono notare nella pronuncia, ma le parole non sono da scrivere unite e perciò la consonante nello scritto non deve raddoppiare.

Un ringraziamento a TheObsidianMirror e Salomon Xeno per aver suggerito questo elenco in un post sulla costanza nella scrittura.

Come avrete notato anche il termine vabbè, che ha dato il via alla discussione, rientra tra le forme non accettate.

Attenzione a “tutto”
Visto che questa rubrica tratta di errori, voglio chiudere con un suggerimento che riguarda la parola tutto. Anche la parola tutto a volte si unisce ad altre parole dando vita a dei termini univerbati. È il caso per esempio di tuttora. In questo caso la presenza di una doppia non è da intendere come un raddoppiamento sintattico, dato che è già presente in tutto. Inoltre è bene fare attenzione, perché spesso tutto si unisce ad altre parole ma senza dar vita a delle univerbate.

Riporto qui degli esempi per evitare di commettere errori:
  • Tutt’altro
  • Tutt’e due
  • Tutt’oggi
  • Tutt’uno
Ma vi ricordo ancora che invece si scrive tuttora (senza apostrofo e tutto unito).

Conclusione
Il tema del raddoppiamento sintattico incide soprattutto nella pronuncia. Solo nel caso di parole univerbate deve essere anche scritto.

Spero di aver fatto un po’ di chiarezza. Il tema è complesso e ho cercato di spiegare i termini tecnici, ma, se qualcosa non è chiaro, chiedete pure. 



Hanno parlato di questo articolo:


33 commenti:

  1. I tuoi post grammaticali sono sempre un ottimo ripasso :)

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    1. Grazie! A volte ho la sensazione di non essere abbastanza chiara quando faccio post su argomenti grammaticali così.

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    2. Invece io li trovo chiarissimi! :D

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    3. Per fortuna! Grazie mille.

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  2. Lieto di aver contribuito alla nascita di questo post ^_^
    Adesso, visto che lo hai chiesto esplicitamente , ti pongo una domanda bast.. ehm.. cattiva.
    La parola “assonnato” può rientrare in questa categoria? Secondo te si può considerare equivalente di parole come “atterrato” (messo a terra) o “avventurato” (andato alla ventura)? Se così fosse “assonnato” dovrebbe significare “messo a dormire”, il che ovviamente non è, perché in quel caso troviamo parole più consone come “addormentato” o “allettato”. Quindi “assonnato” sembrerebbe una forma di ibrido tra due regole, quella che è oggetto di questo posto e la regola della “a” posta all’inizio di parola e usata come privativo (es: “a-fono). Che ne pensi?

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    1. Davvero un'ottima domanda. Io adoro le domande cattive!
      Prima di partire con questa risposta, preciso che io non ho mai studiato latino e quindi le mie conoscenze si rifanno solo a un po' di grammatica storica, quindi potrei dire anche delle fesserie. Comunque...

      Secondo il dizionario etimologico, la parola "assonnare" (e di conseguenza anche "assonnato", ma preferisco ragionare con l'infinito) deriva da "indurre (al) sonno", "addormentare". Di conseguenza non considererei la "a" iniziale come una alfa privativa, ma come una preposizione latina (credo "ad", ma potrei sbagliarmi), che perdendo la consonante finale ha provocato il raddoppiamento della consonante iniziale della parola successiva, rendendo le due parole univerbate.

      Ciò avviene per molti verbi di origine latina, soprattutto dove era presente la preposizione "ad" (es. associare, affluire...).

      Anche se oggi "assonnato" non ha il significato di "messo a dormire", etimologicamente in un certo senso ce l'aveva, quindi è proprio quella "a" (preposizione semplice) ad aver dato vita al raddoppiamento, secondo me (proprio come in "addormentato, allettato, avventurato, atterrato").

      Questa mia ipotesi ti convince?
      Intanto grazie mille per la bella domanda.

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    2. Grazie a te per la riposta, assolutamente convincente. Dovrei proprio procurami anch'io un dizionario etimologico... per caso si riesce a capire se "allettato" (nel senso di "stuzzicato") ha in qualche modo una radice comune ad "allettato" (costretto a letto)?

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    3. Io non ho un dizionario etimologico. Uso sempre questo on-line: http://www.etimo.it/
      Trovo molto interessante vedere da dove vengono le parole ed è uno strumento utile, secondo me.

      "Allettare" deriva da "allicere", cioè "indurre qualcuno con dolcezza a fare qualcosa", aveva dunque in origine un significato negativo come "indurre in un laccio, sedurre con delle lusinghe".

      E questo è il primo significato, per quanto riguarda quello di "costretto a letto", credo che sia poi derivato da questo significato per somiglianza, ma che in realtà non riguardi molto il termine "letto", almeno etimologicamente. Sospetto anche una sorta di derivazione dovuta a collegamenti tra "stuzzicare, indurre" e il "costringere a letto", ma spero di sbagliarmi... guarda un po' tu cosa mi fai scrivere! Ah ah ah!

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    4. Non avevo mai dato una connotazione "positiva" al termine allettare... e sì che pensavo di essere io quello malizioso....

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    5. Per esempio, nella frase: "Quel piatto mi sembra davvero allettante", non mi sembra che "allettante" abbia una connotazione negativa, no?

      Maliziosa?! Io?! Ma figurati! Era solo una supposizione...

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  3. Conciossiaché il tuo post è documentato e ben scritto, mi domando per quale ragione molte regole dell'italiano (e non solo) si giustificano con un "perché sì!". Per esempio: perché tuttora va bene e tuttoggi no? O tuttaltro? Ma soprattutto tuttoggi.
    Vale anche con mezzora, immagino.

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    1. Forse volevi scrivere "conciossiacché", con due "C" alle fine. Figata! Due raddoppiamenti sintattici in una sola parola!!!

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    2. No, volevo proprio scrivere "conciossiaché". Infatti, la seconda domanda è perché si trova senza raddoppiamenti o con solo la doppia esse, che fa pure un po' nazista?

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    3. Credo che Romina si pentirà ben presto di aver dato il via a questa discussione... ehehehe...

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    4. Nel Sabatini Coletti e nel dizionario etimologico non ho trovato tracce di "conciossiaché" (quindi ritengo non sia una forma da tutti accettata) però ho trovato su altre fonti che sono accettabili le due forme "conciossiaché" e "conciosiaché".

      La doppia "c" non avrebbe motivo di esistere, in quando non c'è nessuna consonante che cadendo abbiamo provocato il raddoppiamento (almeno che "sia" in latino non sia "siad", ma non credo).

      Invece, per la "s", si può dire che la parola "ciò" è tronca, quindi nella forma orale provoca un raddoppiamento sintattico e, nel momento in cui si è deciso di univerbare le parole, questo raddoppiamento sintattico è stato reso allo scritto con una doppia (un po' come è avvenuto per "là + su = lassù").

      Ovviamente è una mia ricostruzione, mi sembra logica, ma se qualcuno ha altre fonti e vuole contraddirmi, lo faccia pure!

      Non mi sono affatto pentita di aver dato via alla discussione! Anzi, mi state aiutando a chiarire i punti oscuri del post! Grazie a entrambi.

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    5. La doppia C in "Siacché" a me suona bene. Non la vedo diversa da "Giacché"

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    6. "Già" è una parola tronca, quindi è diversa da "sia". Le parole tronche danno sempre vita a un raddoppiamento sintattico nell'orale e quindi ciò si traduce in una consonante doppia nelle parole univerbate.

      Anche pronunciando "siaché" io non avverto una doppia, ma questo non è che sia una garanzia. Mi fido più della regola che ti ho riportato qui sopra.

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    7. e come ti regoli con "sicché"?

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    8. Nello stesso modo... "sì + che = sicché", perché "sì" è una parola tronca.
      Direi che tutto torna!

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    9. Direi di sì, tutto torna.
      Ottimo lavoro, Romina, ma prima o poi vedrai, riuscirò a metterti in difficoltà... ehehe

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    10. Non ci vorrà molto a mettermi in difficoltà. Già con queste domande ho dovuto ricorrere a un paio di dizionari! Continua a fare domande, io continuerò a risponderti. Al massimo, ti dirò un onesto "non lo so".

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    11. Per la cronaca, "conciossiaché" e "conciossiacosaché" compaiono in Machiavelli, "Il principe". Una reminiscenza della scuola che mi è rimasta, insieme alla prova che si può cominciare una frase con "ma però"!
      :D

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    12. Non sono mai stata molto d'accordo con Machiavelli, comunque sospettavo che ci fosse qualche testo con questi termini, visto che alcune fonti li riportano come accettabili.

      Cominciare una frase con "ma", secondo me, va fatto con moderazione. "Ma però" mi suscita sempre un forte moto di nervosismo. Cominciare una frase con "ma però"?! Ok, lo lascio fare a Machiavelli, ma io non credo che lo farò mai!

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    13. "Ma però" è di Dante! :P

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    14. Oh, in tal caso... anche Dante ogni tanto si concedeva qualche licenza!

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  4. Sempre interessanti questi articoli Romina, grazie! :)

    Se ti va passa da me, ho lanciato una sfida di lettura per il 2013, mi farebbe piacere se partecipassi, la trovi qui:

    http://www.peekabook.it/2012/12/2013-women-challenge.html

    Grazie in ogni caso! :)

    Valentina
    www.peekabook.it

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    1. Grazie a te!
      Andrò a dare un'occhiata alla sfida!

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  5. Una delle parole di uso più comune deriva proprio da una fusione: arrivederci. La versione staccata, a rivederci, si può leggere un Cuore di De Amicis.

    Per quanto riguarda la sezione dei raddoppiamenti sintattici non ancora accettati, spero che lo restino. Quando li vedo scritti, mi provocano l'orticaria, come altre espressioni moderne: poc'anzi e quant'altro. In ginocchio sui ceci, con un cappello d'asino, ecco quello che ci vorrebbe! :)

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    1. "Arrivederci" è un bellissimo esempio! Non ci avevo pensato!

      La lingua purtroppo tende alla semplificazione e a seguire le tendenze dell'oralità, ma confesso che qualche volta l'orticaria viene anche a me! Magari niente ceci e cappello d'asino, ma solo perché credo in un modo diverso di insegnamento e poi è quasi Natale!

      Comunque ti capisco... grazie per il commento!

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  6. Copiato e incollato...! Me lo tengo per i momenti di dubbio.
    E vado vergognosamente OT, ma ti ho nominata in un meme...certo che ora mi sembra infimo rispetto a quello che scrivi, che è di qualità...mi perdoni?

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    1. Ogni tanto metto dei post molto seri e complessi, lo so, ma da qui a dire che scrivo cose di qualità ce ne passa!

      Grazie per il meme! Ero un po' in crisi perché ho già due meme a cui rispondere in programma, ma ho visto che il tuo è uno che avevo già nella lista, quindi non farò altro che citarti e ringraziarti nel post che uscirà allo scoccare del 21 dicembre! Non c'è niente da perdonare!

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  7. Interessante post, come sempre quelli che scrivi sulla grammatica.
    Mi auguri che quelle parole univerbate restino errate :D

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    1. Grazie...
      Per le parole errate possiamo fondare un club "anti-univerbazione" io, te e FM. Poi Salomon Xeno e TOM ne formano uno per invece farle considerare corrette. E infine vediamo come va a finire! Ah!

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