giovedì 28 febbraio 2013

Alessandro Manzoni e "I promessi sposi"


Alessandro Manzoni e “I promessi sposi”: un capolavoro ucciso dalla scuola.

Nella rubrica dei Grandi autori questo mese vi parlo di Alessandro Manzoni. E so che molti di voi stanno già pensando che non se ne può più di sentir parlare de I promessi sposi (che tra l’altro io ho letto circa 8 anni fa…). Se devo essere sincera, io vi parlerei molto volentieri delle varie edizioni dell’opera e della questione della lingua alla quale sono davvero molto interessata, ma, tranquilli, non è questo l’intento di questo post.


La scuola e i capolavori
Penso che almeno il 90% delle persone che leggerà questo post avrà sentito parlare almeno una volta a scuola de I promessi sposi. Per i più giovani sarà solo questione di tempo, invece. Sì, perché si tratta di un capolavoro sul quale a scuola passa molto tempo e che spesso viene anche letto interamente sui banchi. Per questo mi pare a dir poco insulso mettermi a raccontarvi la trama. Anche se in pochi conoscono il vero finale de I promessi sposi, probabilmente perché cessato l’obbligo scolastico di leggere uno o più capitoli a settimana, non tutti hanno finito la lettura.
Di fatto la scuola quando impone letture come queste uccide i capolavori. Nessuno legge volentieri per imposizione, anche se ama leggere. Inoltre questo libro non è di certo tra i più semplici e contiene parti un po’ noiose (perdonami, caro Ale, ma in alcuni punti hai esagerato con le descrizioni storiche… almeno secondo me).

Se non ci fosse l’obbligo…
A me I promessi sposi sono piaciuti, però sono certa che li avrei graditi di più potendoli leggere senza un’imposizione scolastica, senza dover fare analisi del testo e schede varie… perché la letteratura non è questo: è passione, è emozione, è vita.
Avete mai provato a riprendere in mano un libro che avete letto per forza a distanza di tempo e senza vincoli? Be’, io credo che, passata l’iniziale repulsione da brutti ricordi, vi piacerà di più.

Il mio brano preferito: la madre di Cecilia
In questo post ho pensato dunque di parlarvi della mia parte preferita de I promessi sposi, una parte che mi ha preso il cuore. Si tratta del brano sulla madre di Cecilia (che si contende un post nel mio cuore con il notissimo Addio monti, di cui non parlo, proprio perché universalmente noto) nel XXXIV capitolo dell’opera. Il brano è un po’ lungo, ma voglio citarlo qui.

 Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono piú forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «No!» disse: «Non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «Promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così».
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «Addio, Cecilia! Riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi voltatasi di nuovo al monatto, «Voi,» disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola».
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.
 «O Signore!» esclamò Renzo: «Esauditela! Tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! Hanno patito abbastanza!». [Testo tratto da I promessi sposi  (capitolo XXXIV) di Alessandro Manzoni]

Ogni volta che rileggo questo passo, tutto mi sembra del tutto perfetto. Ogni gesto, ogni parola.
Vedo la scena nella mente e ne percepisco la sofferenza latente, che è molta più di quella delle parole. È una disperata rassegnazione che è più inquietante di ogni grido di dolore, di ogni rivolta.
E la penultima frase mi mette i brividi, sempre.
Ecco, questo è un capolavoro, non l’analisi del testo che si fa a scuola. Il brivido che suscita questo passo, le lacrime che fa scendere, il nodo in gola che provocano quei gesti di madre… questo è ciò che io voglio ricordare de I promessi sposi (assieme ad altri brani, ovviamente).

Conclusione
Io non ho parlato de I promessi sposi, mi sarebbe piaciuto farlo e raccontarvi tante cose, ma ho voluto invece cercare di riscattarli agli occhi dei più che li hanno mal sopportati (per non dir di peggio) a scuola.
Nei commenti mi piacerebbe che ciascuno di voi raccontasse il passo (non serve citarlo, basta anche solo dire la scena) che gli è rimasto dentro di quest’opera. La parte che più vi ha colpiti o segnati.
Penso che questo sia un buon modo per ridare dignità a un capolavoro troppo spesso distrutto da analisi del testo e riassunti. Insomma, riportiamo la letteratura alla sua capacità di dare emozioni e insegnare (nel senso di lasciare un segno).


10 commenti:

  1. Io rimango su uno dei personaggi chiave, ossia la monaca di Monza; la sua descrizione delle vesti ostinatamente messe per sottolineare la femminilità, il suo non avere ceduto intimamente ai voleri della famiglia e che cede invece alle altrui volontà sottolineate dal Manzoni con quella frase "la sventurata rispose".

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    1. La monaca di Monza è un personaggio davvero interessante e ben riuscito. Sono d'accordo con te. A suo riguardo mi viene sempre in mente il passo in cui Manzoni dice che la facevano giocare con bambole vestite da suora...
      Grazie per il commento.

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  2. Se non ci fosse l'obbligo.. parole sante. Io sono uno di quelli che è riuscito ad arrivare al diploma senza leggere un solo rigo dei Promessi Sposi. Tutto abile lavoro di bigino e di improvvisazione. Tanti anni dopo ancora mi viene l'angoscia (tanto che la parte centrale del tuo post l'ho saltata di botto). Complimenti per il post, comunque.

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    1. Ah, e così "I promessi sposi" ti mettono angoscia, eh? Un po' come a me i tuoi post, direi che siamo pari! Ahahah!
      Grazie per aver affrontato comunque il mio post!

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  3. A scuola l'abbiamo letto due volte: la prima in classe al ginnasio, la seconda come lettura da fare a casa. E a me è piaciuto! La parte che preferisco è forse quella della peste, abbastanza avanti nella narrazione. Trovo odiosissima Lucia e fin troppo pacato l'irruente Renzo. Ma nel complesso una storia gradevole, peccato che molti a scuola vadano in panico e abbiano questa reazione.
    E mi piacciono anche "I promessi paperi"!

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    1. Io l'ho letto una volta sola, alle superiori (gran parte in classe, poi l'ho finito per decisione personale, a casa).

      Della peste mi piace molto la parte del Griso di fronte alla malattia di Don Rodrigo.

      Io e Lucia abbiamo un po' di tratti in comune, forse anche quello di essere odiosissime! Mah, a me comunque non dispiace come personaggio. Renzo invece è un poveretto.

      "I promessi paperi" non li ho letti, sinceramente.

      Grazie per il commento.

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  4. A me la scuola li ha fatti odiare con tutta l'anima, e dire che io amo leggere, e leggo qualsiasi cosa. C'è qualcuno che mi ha consigliato di rileggerli per conto mio, ci ho provato ma non ci riesco, davvero. Forse deve passare ancora un po' di tempo!

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    1. Dai, aspetta ancora un po' e poi riprova! Non si sa mai!

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  5. Romina! Mi accorgo di questo post solo adesso e colgo l'occasione per segnalarti un vecchio post del mio blog in cui esprimevo un mio piccolo parere su quest'opera che io ho apprezzato moltissimo:

    http://sicilianamente.blogspot.it/2013/06/degli-sposi-e-le-promesse.html

    Scusa l'invadenza! Un saluto!

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    1. Ma quale invadenza? Mi ha fatto molto piacere leggere il tuo post e, senza questo tuo commento, magari non l'avrei mai fatto!
      Grazie!

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