venerdì 30 agosto 2013

Le prime letterature in italiano

Le prime letterature in italiano

In questo viaggio nelle origini dell'italiano abbiamo visto che esso deriva dal latino volgare e siamo andati a ricercare i documenti che segnano un punto di svolta per la nascita della nostra bellissima lingua.
Da quei documenti in poi ci sono stati vari testi in volgari molto diversi. Non esiste ancora l'italiano per come lo intendiamo oggi  e soprattutto manca una varietà dominante, per questo tardano a nascere le prime letterature in italiano.

I poeti siculo-toscani e Federico II
La prima stagione della letteratura italiana vede i suoi natali alla corte di Palermo di Federico II nel primo cinquantennio del 1200. I testi di questi poeti siciliani (come Giacomo da Lentini) sono arrivati a noi però tramite una traduzione in toscano, hanno cioè subito un processo di toscanizzazione. Per questo spesso si parla di poeti siculo-toscani (i toscani traducevano in toscano i poeti siciliani).  Le fonti arrivate fino a noi in siciliano colto sono davvero pochissime (si trova qualcosa del poeta Stefano Protonotaro).

La Toscana e il Dolce Stinovo
Quando muore Federico II (nel 1250) il nucleo della letteratura si sposta dalla Sicilia alla Toscana (qualcosa sorge anche in altre zone d'Italia, ma sarà la Toscana il fulcro del periodo successivo).
Alla fine del Duecento tanti poeti scrivono in toscano da Guido Guinizzelli (anche se è bolognese) a Guido Cavalcanti al notissimo Dante Alighieri.
È in questo periodo che nasce il Dolce Stilnovo. Il termine viene usato per la prima volta nella Divina Commedia da Dante anche se probabilmente si riferiva al suo stile e non a un'esperienza di gruppo, dato che tra i tre scrittori non ci fu comunione d'intenti.

Le Tre Corone del Trecento
Dante (1265-1321) è  ancora in vita quanto vengono al mondo anche Petrarca (1304-1374) e Boccaccio (1313-1375). I tre verranno in seguito definiti Le tre Corone del Trecento.
Anche Petrarca e Boccaccio sono fiorentini (anche se il primo nasce ad Arezzo e il secondo non si sa) e già alla fine del '200 si assiste a una convergenza sull'uso del fiorentino. Dante invece nel suo De Vulgari Eloquentia si scaglia contro tutti i volgari locali, compreso il fiorentino. Dante si riferisce però non alla lingua della scrittura in generale bensì a quella della poesia lirica. Sostiene infatti che per la poesia lirica non vanno bene i volgari locali ma serve un volgare illustre. Egli usa spesso il volgare fiorentino, ma in questo trattato sostiene che per la poesia lirica è indispensabile qualcosa di diverso. Questo è un punto importante visto che in seguito Machiavelli, non capendo questa distinzione, accuserà Dante di incoerenza. La Commedia è scritta in fiorentino e con inserti in varie lingue, ma ciò non entra in contrasto con il pensiero di Dante nel De Vulgari Eloquentia  in cui si riferiva solo a opere di stile tragico o lirico.

Alla ricerca di modelli
Di certo le tre opere fondamentali della letteratura trecentesca (che segnano la maggior fioritura del volgare fiorentino trecentesco) appartengono a Dante (La Divina Commedia), Petrarca (Rerum vulgarium fragmenta, meglio noto come Il Canzoniere) e Boccaccio (Il Decameron).
L'opera di Petrarca diventerà il modello per la poesia, mentre quella di Boccaccio per la prosa. Questi due testi sono potuti diventare dei modelli perché si avevano i manoscritti d'autore che consentivano di avere la certezza sull'uso linguistico di questi due autori, cosa che non si poteva dire per il testo dantesco che è arrivato a noi tramite ricostruzione di storici a partire da vari documenti.

Nella prossima puntata…
Nel prossimo post della rubrica attraverseremo il periodo dell'Umanesimo per vedere i nuovi dibattiti sull'uso del latino e del volgare e ci avvicineremo alla questione della lingua.

Intanto per oggi credo di avervi raccontato abbastanza. Se avete domande, curiosità o dubbi, largo ai commenti.



Hanno parlato di questo articolo:


12 commenti:

  1. Uh, questa volta qualcosa sapevo anch'io! :D
    Ma che l'origine fosse stata in Sicilia, lo ammetto, assolutamente no. Come nemmeno che l'opera dantesca fosse una ricostruzione degli storici!
    Bravissima Romina. Aspetto la prossima puntata. ;) :)

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    1. Spero non ci siano errori, ovviamente se avete qualcosa da smentire, correggetemi. Io mi rifaccio a quello che ho imparato durante il corso di Linguistica Italiana.

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    2. Be', suppongo che abbiano ben studiato la cosa. Avranno saputo quello che t'insegnavano. ;)

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  2. Ricordo di aver studiato un po' tutti i passaggi intermedi. C'erano per esempio i trovatori in langue d'oc, che in area genovese composero canzoni in provenzale e volgare, anche alternando le lingue nello stesso brano (c'era un esempio, che adesso non ricordo). Fra l'altro, rileggendo sul libro, fu proprio alla corte di Federico II che si impose il "divorzio" tra poesia e musica. Ora però smetto, se no passo la giornata a rileggere gli appunti!

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    1. Nella prima bozza del post parlavo un pochino anche del provenzale e della lingua d'oc, poi ho tagliato... non volevo divagare troppo perdendomi anche in terra francese.
      Sei stato contagiato dalla passione per la storia della lingua italiana, molto bene!

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  3. Romina, bellissimo post! Vien voglia di recuperare la Divina Commedia che langue sotto una coltre di polvere da qualche parte... :)

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    1. E perché no? Leggere la Divina Commedia è sempre molto suggestivo.

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  4. Un post davvero interessante. Brava Romina!

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  5. Ottimo post! Prima o pi devo leggermi l'intero Decamerone!

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    1. Io non l'ho mai letto tutto. Conosco alcune novelle, ma non tutte.

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