mercoledì 30 ottobre 2013

La questione della lingua

La questione della lingua

L'appuntamento di oggi di questa rubrica tocca il punto più interessante e più controverso della storia della lingua italiana: la questione delle lingua (che, accennata in un post sul che polivalente, era stata poi stimolo per l'intera rubrica).
Facciamo un po' il punto della situazione: abbiamo visto che l'italiano deriva dal latino volgare, per poi conoscere i primi documenti scritti in italiano e le prime letterature, mentre nel post del mese scorso abbiamo analizzato la situazione dell'italiano  e del latino nel periodo dell'Umanesimo.
Ora siamo in pieno Cinquecento, quando scoppia la questione della lingua.


La questione della lingua
La questione della lingua è un grande dibattito che si svolge tra il 1510 e il 1530 circa. Si tratta di anni di in cui francesi e spagnoli si contendono l'Italia, facendone triste campo di continue battaglie. Nonostante questo contesto storico di certo non favorevole, sono proprio questi anni la culla del dibattito sulla lingua con cui deve scrivere un scrittore.
Il dibattito si attesta su tre posizioni principali di cui ora vi parlo.

1. La teoria cortigiana
La teoria cortigiana è la posizione di chi vuole che la lingua degli scrittori sia la lingua parlata a corte nel Quattrocento, una lingua che è una sorta di mix, perché nelle varie zone d'Italia ci sono italiani diversi e, nelle corti, per capirsi si smussano i tratti più locali. L'esempio di corte più considerata è quella di Roma che, in quel periodo, ha visto due papi Medici (Clemente VII e Leone X) che di certo avevano contribuito alla toscanizzazione dell'italiano parlato a Roma.
Nel 1527, la corte di Roma finisce vittima del notissimo Sacco a opera dei lanzichenecchi di Carlo V, emblema della situazione italiana (di un'Italia che non esiste, per altro) preda di guerre altrui.

Tra i sostenitori più importanti di questa teoria c'è Baldassarre Castiglione, ambasciatore del papa a Madrid. Il suo testo più celebre, Il Cortegiano, è un trattato sul comportamento per la formazione delle elite aristocratiche europee (una sorta di  galateo per nobili, per capirci). In tale volume, parla anche della lingua con cui si deve esprimere il buon cortigiano, che, per l'autore, deve prendere il meglio delle varie varietà.

Il problema di questa lingua è che è attingibile solo da chi ha una cultura alta ed è in contatto  con le corti. Inoltre manca un testo scritto che faccia da modello e da cui trarre le regole.

2. Il fiorentino vivo
Una seconda posizione è quella di chi vuole fare lingua del territorio italiano il fiorentino vivo. Per fiorentino vivo si intende quello parlato in quel periodo, cioè nel Cinquecento.

Il più famoso sostenitore di questa tesi è Niccolò Machiavelli. A lui viene attribuito (ma non con certezza) un dialogo sulla lingua italiana in cui Dante si autocritica dicendo che gli autori devono usare il fiorentino della loro epoca.

Anche questa teoria si scontra però, come la precedente, con l'assenza di modelli autorevoli.

3. Il fiorentino letterario trecentesco
La terza teoria è quella riconducibile a Pietro Bembo (segretario del Papa), che è una delle persone che più spinge per far sì che il fiorentino diventi base dell'italiano. Non si tratta però del fiorentino vivo, ma di quello trecentesco.

Nel 1525 esce la sua celebre opera, Prose della volgar lingua: tre volumi scritti in forma di dialogo in cui quattro personaggi dibattono sulla lingua. Si tratta di: Carlo Bembo (fratello dell'autore, morto giovane e quindi inserito per rendergli omaggio; nel testo si fa portatore delle idee di Pietro), Ercole Strozzi (nobiluomo fiorentino), Giuliano dei Medici (futuro Papa) e Federico Fregoso (aristocratico genovese). La trama è costituita dal tentativo di tre personaggi di convincere Ercole Strozzi, che scrive solo in latino, dell'importanza del volgare fiorentino. Nei primi due libri c'è un excursus storico sulla formazione del volgare e un'analisi dei modelli; il terzo è una grammatica del volgare fiorentino (non è la prima, che risale al 1516, anche se breve ed è di Fortunio, podestà di Ancona). Ovviamente è una grammatica diverse da quelle a cui siamo abituati oggi, perché è scritta in forma dialogica. Bembo propone il fiorentino letterario trecentesco perché era la lingua usata da Petrarca e Boccaccio, che possono fungere da modelli, il primo per la poesia e il secondo per la prosa.

Bembo è un classicista, quindi non propone Dante, che nel Cinquecento non godeva di grande fama (la sua fortuna comincia nell'Ottocento, circa). Inoltre, Dante usava una sorta di plurilinguismo che si univa inoltre a una grande varietà del lessico (da zone stilisticamente alte a lessico infimo).

La teoria che prevale
Dopo il lungo dibattito, la teoria che prevale è proprio quella del fiorentino trecentesco portata avanti da Bembo. La fortuna di questa teoria si deve proprio alla concretezza dei modelli, dato che erano presenti testi certi di Petrarca e, probabilmente anche di Boccaccio, essi si configuravano non tanto come modelli stilistici ma grammaticali. Sarà lo stesso Bembo a curare delle edizioni di questi due autori con il celebre Aldo Manuzio, editore molto noto all'epoca.

È così che il modello di Bembo pian piano si impone e diventa quasi scontato, al punto che molti tipografi scelgono il fiorentino letterario del Trecento per la scrittura del tempo.
Questo modello non è particolarmente apprezzato in Toscana perché svaluta il fiorentino vivo.

Il Cinquecento è dunque il secolo in cui si tende alla codifica e si definiscono le regole (non solo nella lingua).

Nella prossima puntata…
Nel prossimo appuntamento vi parlerò della celebre Accademia della Crusca che sorge proprio nel periodo successivo alla questione esposta nel post. Ci sarà anche spazio per alcuni nomi molto noti della letteratura e della scienza italiana, ma non voglio anticiparvi troppo.


Spero che questa storia dell'italiano vi stia appassionando, ormai non mancano molti post.



Hanno parlato di questo articolo:




6 commenti:

  1. A me si che mi sta appassionando! Mi stai riportando agli anni universitari con tanti bellissimi ricordi!
    Era da un pezzo poi che non sentivo nominare il Bembo. :)

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    1. Oh, Nick, sono proprio contenta per quello che dici! Non credo sia una rubrica seguitissima, ma vado avanti per quei pochi, tanto ormai non manca molto per arrivare ai giorni nostri. Grazie.

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  2. Hai beccato un periodo storico che mi incuriosisce e mi affascina! In aggiunta all'argomento principe, si intende. ^^

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    1. Piace molto anche a me! Mi sarebbe piaciuto vivere nel Cinquecento, peccato che le streghe non fossero ben viste!

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  3. Sapevo del Bembo, ma non conoscevo a fondo tutta la questione. Appassionante come un giallo!

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    1. Sono d'accordo! Io adoro l'intera questione, ma pensavo di essere l'unica! Sono felice di avervi fatti appassionare.

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