lunedì 18 novembre 2013

L'aspirante scrittore e i suoi alibi - guest post di Ivano Landi

Oggi, a sorpresa, un nuovo guest post su questo blog. L'autore è Ivano Landi, traduttore ed editor freelance, attualmente impegnato nella scrittura di L'Estate dei Fiori Artici, opera in più volumi. È inoltre attualmente il più attivo tra i costruttori de Il dedalo delle storie con il suo Solve et Coagula.
Oltre che su Facebook, alle pagine linkate e dedicate alle sue opere, potete trovarlo anche su G+.
Oggi è qui per parlarci degli alibi degli scrittori.
Lo ringrazio di cuore per il post e lascio subito a lui la parola.
Buona lettura.


L’aspirante scrittore e i suoi alibi

Avevo del talento e lo avrei coltivato. Sarei diventato scrittore o sarei morto di fame.
Henry Miller, Plexus, pag. 45



Premessa
È il 1924 e il trentatreenne Henry Miller prende la decisione, dopo cinque anni di impiego, di licenziarsi dalla ditta in cui lavora per dedicarsi completamente alla scrittura. Dieci anni dopo, a Parigi nel 1934, vedrà finalmente pubblicato il suo primo libro, Tropico del Cancro, a spese dell’amica scrittrice Anaïs Nin.
La domanda è: quando diventa scrittore Henry Miller? Nel 1924, quando fa la sua scelta radicale o nel 1934, quando viene pubblicato il suo primo libro?
La risposta dipenderà, prima di tutto, da cosa noi consideriamo sia uno scrittore. Se riteniamo, per esempio, che uno scrittore sia tale solo dal momento in cui comincia a pubblicare e/o vivere del proprio lavoro, allora Miller prima del 1934 non era sicuramente uno scrittore ma soltanto un aspirante scrittore. Se invece riteniamo che scrittore sia chi assume con se stesso l’impegno di scrivere e faccia tutto quello che è nelle sue possibilità per adempiere, giorno dopo giorno, a questo impegno, allora Miller diventa scrittore nel 1924 ed è aspirante scrittore solo prima di questa data.
Personalmente, tra queste due risposte (le sole che ho ritenuto necessario considerare ai fini di questo post), preferisco aderire alla seconda e sarà quindi sulla base di questa risposta che caratterizzerò la figura dell’aspirante scrittore. In altre parole, non considererò aspirante scrittore chi ha messo la scrittura al centro della sua vita e per mille possibili ragioni non vive ancora di essa, ma solo chi ancora si perde dietro il sogno di diventare scrittore facendo, di fatto, ben poco o niente per realizzarlo.

Tre esempi
 Fatta questa indispensabile premessa, scriverò adesso del principale motivo che mi ha spinto a concepire questo post.  Mi è capitato più volte in tempi recenti (soprattutto da quando scrivo per il Dedalo delle storie) di avere a che fare, per e-mail, con aspiranti scrittori (nel senso sopra definito) che mi chiedono consigli su come fare per realizzare il loro sogno di diventare scrittori. Molto presto però vengo invariabilmente a scoprire che costoro, in realtà, o non scrivono affatto o scrivono solo per modo di dire.
Mettendola in forma di dialogo e riducendola ai minimi termini, la questione si potrebbe così schematizzare:

Aspirante Scrittore: Mi piacerebbe diventare uno scrittore. Cosa mi consigli?
Io: Scrivere, per esempio.

A.S.: In questo momento non posso proprio.

Io: Perché?

A.S.: Perché…

È a questo punto che fa la sua apparizione (al posto dei puntini di sospensione) uno o più di uno dei vari alibi che l’aspirante scrittore, usa per giustificare il fatto di non scrivere o di scrivere solo per modo di dire. Illustrerò qui tre di questi alibi, così come ho creduto di riconoscerli, e lo farò accompagnandoli con brevi esempi tutti rigorosamente tratti dalla vita reale (le frasi che riporto tra virgolette, mi sono state inviate per iscritto da aspiranti scrittori).  

Alibi n° 1: Il cassetto dei desideri
La frase esemplificativa che ho scelto per testimoniare questo alibi è la seguente:
I miei scritti li tengo nel cassetto dei desideri. Un giorno li tirerò fuori.
 Può capitare che l’aspirante scrittore disperda tutta la sua creatività nelle fasi preliminari della scrittura. Che si fermi cioè al livello dell’abbozzo e non riesca ad andare avanti. Butta giù cose brevi, di getto, quasi soltanto come pura risposta a uno stimolo, magari dopo un incontro con qualcuno o qualcosa di particolarmente emozionante. E anche se lo fa con l’idea di trasformare, in futuro, quello stesso abbozzo in qualcosa di compiuto, ciò che poi effettivamente fa, in genere, è di produrre ancora un altro abbozzo che va ad aggiungersi ai precedenti.
Sono precisamente questi abbozzi che vanno a finire nel cassetto dei desideri, dove sono riposti tutti i sogni che desidero realizzare nella mia vita. L’essere scrittore è uno di questi sogni ed è qui utile osservare come uno stesso meccanismo si ripeta su due scale diverse: i desideri si accumulano allo stesso modo dei fogli di scrittura a allo stesso modo rimangono nel cassetto in attesa del giorno (resta da capire quando, come  e perché) in cui si concretizzeranno in qualcosa di compiuto.
Segnalo, per finire, una curiosa variante di questo procedimento (che mi è capitato di incontrare finora un paio di volte), che prevede che si trascrivano tutti gli sms che si inviano e si ricevono con l’idea, in futuro, di metterli tutti in fila e di ricavarne un romanzo.

Alibi n° 2: Non sono ancora all’altezza.
 Io non credo che possa scrivere qualcosa di così tecnico, non sono ancora all'altezza. Magari più avanti.
 Il continuo tentativo di migliorarsi (in vista del grande compito) è un altro dei modi in cui l’aspirante scrittore si tira la zappa sui piedi da solo. Leggerà i classici o i libri di successo per carpire i segreti dei grandi scrittori, farà corsi di scrittura creativa, cercherà di impossessarsi di tutti i segreti della lingua italiana per evitare le brutte figure… Solo dopo sarà pronto a mettersi seduto davanti a una pagina bianca.
Non voglio certo dire con questo che non sia utile leggere o fare un corso di scrittura (se proprio…), oppure che non serva conoscere bene o benissimo l’italiano. Voglio solo dire che tutto questo non dovrebbe essere usato come un alibi per posticipare l’atto di scrivere, che è il solo veramente essenziale.

Alibi n° 3: Ho troppe cose da risolvere.
Frase 1 (estroversa): Vorrei scrivere, ma i figli e il lavoro mi portano via tutto il tempo.
Frase 2 (introversa): Ho troppe cose da sistemare dentro di me, non ho la mente libera.
 In questo terzo e ultimo alibi che ho scelto di esaminare, nell’aspirante scrittore ha messo radici la convinzione che siano i suoi problemi personali a impedirgli di scrivere.
Anche in questo caso, naturalmente, la prospettiva della salvezza esiste ma, come sempre, è rigorosamente rimandata al futuro. Magari anche in un futuro a breve termine, purché sia futuro:

Frase 3: Sono vicina a risolvere un problema, così poi mi si apre la mente. (Ma si può tranquillamente scommettere che poi si richiuderà in fretta).

Conclusioni
È in realtà abbastanza facile intuire da questi rapidi esempi (se non si è catturati nel meccanismo di creazione degli alibi, s’intende) che tutto ciò che fa l’aspirante scrittore in questi casi non è altro che crearsi degli alibi, all’apparenza motivati e ragionevoli, che, posticipando nel futuro l’atto di scrivere, possano permettergli di scansare la fatica di scrivere nel presente. E altrettanto facile è, a questo punto, intuire ciò che questi alibi nascondono veramente dietro la loro facciata di comodo: scarsa stima di se stessi, mancanza di fiducia nelle proprie capacità, pigrizia e paura.
Ma, a mio avviso, è solo prendendo piena consapevolezza di questo meccanismo di creazione degli alibi e di ciò che vi si nasconde dietro, che l’aspirante scrittore potrà finalmente prendere in pugno la situazione (e la penna) e darsi da fare per essere scrittore nel presente, anziché semplicemente sognare di diventarlo in chissà quale futuro.

Detto questo, non mi rimane adesso che chiudere il post e voglio farlo sulla falsariga di come l'ho iniziato: citando Henry Miller.
Questo grandissimo autore non perde in realtà mai occasione per aprire, nei suoi romanzi e nei suoi saggi, ampie finestre sul lungo e periglioso processo, punteggiato per esempio di micro lavori di sopravvivenza, che lo ha portato infine a diventare uno degli scrittori di culto del Novecento. Quasi si sia dato come missione di guidare passo passo, alla luce della sua esperienza, gli aspiranti scrittori che verranno dopo di lui. Ho scelto, in questo caso, di riportare la descrizione magistrale che Miller fa del suo smarrimento iniziale, immediatamente successivo alla decisione di lasciare il suo impiego fisso per diventare scrittore. È un insegnamento prezioso e vale la pena citarlo in tutta la sua lunghezza.
 
Liberata bruscamente la mia energia creativa, io traboccai in tutte le direzioni contemporaneamente. Invece d’un libro, la prima cosa che mi misi a scrivere fu un poema in prosa sugli aspetti sconosciuti di Brooklyn. Ero così preso dall’idea di essere uno scrittore che riuscivo appena a scrivere. La quantità di energia fisica che possedevo era incredibile. Mi esaurivo nei preparativi. Mi era impossibile sedermi tranquillamente, e dare semplicemente via libera all’onda dell’immaginazione: danzavo dentro di me. Avrei voluto descrivere il mondo che conoscevo e nel medesimo tempo trovarmici; non mi veniva mai in mente che con due o tre ore sole di lavoro assiduo ogni giorno avrei potuto scrivere il più grosso libro che si potesse immaginare. Ero convinto allora che se ci si metteva a scrivere, bisognava restare inchiodati alla propria sedia per otto o dieci ore di fila. Bisognava scrivere finché non si cadeva in terra spossati. Era così, immaginavo, che facevano gli scrittori. Oh se avessi conosciuto allora il programma che [Blaise] Cendrars espone in uno dei suoi libri! Due ore al giorno prima dell’alba, e il resto del giorno per sé. Quanti libri ha dato al mondo, Cendrars! Tutto questo, en marge. In modo analogo, leggendo due o tre ore regolarmente ogni giorno della sua vita, Rémy de Gourmont ha dimostrato, come osserva Cendrars, che è possibile a un uomo leggere praticamente tutte le opere di valore che sono state scritte.


Plexus, Oscar Mondadori, pag. 51  


30 commenti:

  1. Prima di tutto ti ringrazio per questo spunto di riflessione e ringrazio Romina, sempre attenta agli interrogativi di chi ama scrivere. Personalmente ritengo che Miller fosse uno scrittore già nel 1924, nel 1934 mangia del suo "lavoro". Sono ad un punto in cui mi rendo conto che, stando bene solo quando scrivo, dovrei fare una scelta radicale. Ma, e potrebbe sembrare un alibi posto davanti ad un'urgenza che ti plasma la vita, ho comunque delle responsabilità verso altre persone. Un figlio, un marito, un mutuo, e vorrei prendermi un aspettativa dal lavoro per dedicarmi alla scrittura che richiede disciplina ed esercizio anche per i più talentuosi. Il punto allora e', e' pensabile, di questi tempi lasciare un lavoro sicuro, frutto di studi e sacrificio, di una sicurezza economica per un sogno, per quanto urgente e forte? A mio figlio di due anni dovrei dire di si, ma vacillo e rubo ore ad un tempo ladro. E' un alibi?
    Raffaella

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    1. Grazie a te per il commento, Raffaella.
      Personalmente il lavoro sicuro l'ho lasciato oltre quattro anni fa, ma mi guardo bene dall'invitare la gente a imitarmi. Non è questo l'intento del post. L'alternativa, in certi casi, potrebbe essere quella proposta da Blaise Cendrars nella seconda citazione da Miller: Due ore al giorno prima dell’alba, e il resto del giorno per sé (cioè per lavoro, marito, figli, letture, passeggiate...).

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    2. Io, personalmente, mi sento di sconsigliare di lasciare un lavoro fisso. Credo nei sogni, per carità, però dare da mangiare ai figli è più semplice con un lavoro. Consiglio però anche di non mollare: fin quando scrivere è una vera passione allora deve anche essere anche una vera priorità.

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  2. Un' aspettativa. L'iPad mangia parole ed altro.
    Raffaella

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  3. Articolo molto ben scritto, Ivano.
    Ricordo che nella prefazione (o postfazione) di un suo libro, Stephen King rifletteva sul fatto che molti abbiano il desiderio di scrivere, ma non nel concreto, ovvero vorrebbero "essere scrittori" e non "scrivere".
    Per onore di cronaca l'episodio da lui raccontato era andato più o meno così:

    "Ero a una festa, quando mi si avvicina uno, mi fa i complimenti per i miei libri e poi mi fa: "Sa, ho sempre desiderato fare lo scrittore."
    E io allora rispondo: "E io ho sempre desiderato fare il neurochirurgo". E me ne vado, lasciandolo lì confuso, senza che abbia capito.

    Beh, per forza quel tipo non aveva capito. Pensa se uno ti rispondesse così! Comunque, solita spocchia a parte, King intendeva dire: vuoi scrivere? E allora scrivi, diamine!

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    1. Grazie dell'apprezzamento, Marco.
      Sì, avevo letto questo episodio in un libro di King molti anni fa, ma l'avevo dimenticato. Mi sembra che lo stesso King scriva da qualche altra parte (in On writing, forse?): scrivi un'ora e mezza ogni giorno e diventerai uno scrittore. Non so se sia proprio così automatico, ma è comunque un buon punto di partenza se si vuole arrivare da qualche parte.

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    2. King ha dato un'ottima risposta. Spesso si crede che tutti possano scrivere, dopotutto si impara il primo anno di scuola, no? Eh, invece, c'è dietro tanto studio e tanto impegno.

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    3. E' il contrario. Secondo King, se vuoi davvero scrivere, devi semplicemente metterti a scrivere.

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    4. Io mi riferivo alla risposta sul neurochirurgo. Per il resto, sì, King dice di scrivere e basta!

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    5. Sì, però era una risposta un po' stronza, tipica di quello che si è montato la testa. Lontani anni luce i tempi in cui tutte le case editrici gli avevano rifiutato "Carrie" e lui aveva gettato il manoscritto nell'immondizia. Una cosa che devono imparare gli esordienti è l'umiltà; e se poi quando diventi un grande non te la dimentiche sicuramente fai una figura migliore.

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    6. L'umiltà è una virtù che amo molto. E non solo negli scrittori!

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  4. Articolo pienamente condivisibile. Tra il dire e il fare (compreso lo scrivere) non c'è alcun mare, ma solo la volontà di farlo. Ovviamente se scrivi rinunci ad altro: è tempo sottratto a una passeggiata, o a un riposino, o a una seduta rilassante davanti alla televisione. Ma se non vuoi rinunciare a nessuna di queste cose, beh, allora rinunci a scrivere. Ed è quanto mai inutile che tu dica "Oh, vorrei tanto scrivere!" quando nessuno in realtà te lo sta impedendo.

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    1. Personalmente, da quando mi sono disciplinato imponendomi di scrivere (salvo casi eccezionali) ogni giorno, mi trovo a fare anche molte altre cose che prima non riuscivo a fare. E' come se dando il dovuto spazio a un'attività molto importante della tua vita, ogni cosa superflua si trovi automaticamente costretta a cedere il passo. Finché rimane solo l'essenziale. Potrà volerci del tempo, ma alla fine è questo che succede.

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    2. Anch'io mi ero ripromessa una cosa simile, prima però di entrare in questa fase di stallo (ora per me non avrebbe senso scrivere tutto i giorni). Sì, scrivere o non scrivere è una scelta. A volte invece siamo convinti che qualcosa ci impedisca di farlo.

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  5. Secondo me, uno degli aspetti positivi della scrittura è che si può sempre correggere, che si tratti di dettagli o di riscrivere completamente un passo. Non è come un quadro, che, se vengono date troppe pennellate per ritoccarlo, poi si rovina e si confonde. Quando si scrive, si può sempre sistemare: al massimo si ricopia tutto su un altro foglio.
    A volte ho paura di provare a scrivere qualcosa, perché non mi sento in grado, ma poi mi dico: "Che cosa ti costa provare?". In ogni caso, poi potrò riparare agli errori senza rovinare il resto.

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    1. C'è un punto nel tuo commento, Dramaqueen, che mi è saltato subito all'occhio. Dici: A volte ho paura di provare a scrivere qualcosa, perché non mi sento in grado. Significa che altre volte invece non hai paura e ti senti in grado? A cosa è dovuta secondo te questa "variabilità"? Mi piacerebbe davvero saperne di più.

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    2. A volte capita anche a me di non sentirmi all'altezza della scrittura, anzi, ultimamente mi capita quasi sempre ed è uno dei motivi per cui non scrivo più. Io penso che la creatività e la voglia di scrivere siano elementi difficilmente sotto il nostro controllo. Comunque tentare non costa niente.

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  6. Bellissimo articolo, illuminante, hai fatto bene a postarlo! Ed è vero: spesso la scrittura viene confusa con tutta una serie di elementi assolutamente accessori e per così dire 'satelliti', che generando ansie o distrazioni impediscono allo scrittore - aspirante, in questo caso - di concentrarsi nella cosa più importante, ovvero "l'atto" stesso dello scrivere. Perché davvero, non va dimenticato, la scrittura è prima di tutto un 'movimento del corpo', come mangiare o andare a passeggio. Implica tantissime cose - che sono poi le cose che ci bloccano -, ma alla fine il gesto da fare è solo quello: scrivere, appunto. Dovrebbe far parte del nostro metabolismo, precedere ogni cosa come l'alzarsi la mattina o respirare. Aspettiamo forse di vivere mentre stiamo vivendo? Scrivere, scrivere, scrivere! Tutto il resto è conseguenza.

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    1. Bel discorso! Sì, io lo confermo, ci sono stati periodi in cui anche per me scrivere era come respirare o mangiare e tutto il resto era conseguenza.

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  7. Grazie Giuseppe, per gli apprezzamenti e per il commento che sottolinea, con grande entusiasmo, il senso dell'articolo.

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  8. Per scrivere bastano un foglio e una penna, è questo quello che risponderei a chi chiede cosa serva per scrivere, senza giri di parole.

    Bell'articolo, che coglie in pieno ansie ed esitazioni, non solo per la scrittura.

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    1. Anche questa è una buona risposta, anche se io a mano non riuscirei a scrivere molto!

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    2. Grazie FM per l'apprezzamento dell'articolo.
      In effetti, per la prima stesura uso a tutt'oggi carta e penna. Secondo me agevola il flusso delle parole dalla propria interiorità all'esterno. La lunga trafila delle revisioni invece la faccio sul pc dopo aver ricopiato il manoscritto.

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    3. Io non ce la farei proprio! Scrivere a mano non mi piace per niente. A volte faccio le revisioni cartacee se il testo è particolarmente complesso, quindi faccio il contrario di te!

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  9. Bel post!
    (Romina sa bene quali sono i miei alibi... :)...)

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    1. Lo so, lo so... ma io ti tengo d'occhio!

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    2. Grazie Salomon!

      P.S. Ma Romina, chi è che la tiene d'occhio?

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    3. Io non sto scrivendo in questo periodo ma per mia precisa decisione di non farlo, senza alibi alcuno. Comunque qualcuno che mi punzecchia per farmi riprendere c'è, non ti preoccupare.

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    4. Ottimo, i punzecchiatori sono una razza benedetta.

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    5. Sono anche piuttosto fastidiosi, ma io lo faccio sempre con tutti, quindi ben mi sta!

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