domenica 7 settembre 2014

"Il Conte Lucio" di Giuseppe Marcotti: un romanzo storico tra ipocrisia e corruzione nel 1700

Oggi sono qui per presentarvi il settimo post di La biblioteca dimenticata, rubrica fissa sul mio blog curata Davide Rigonat, il blogger che gestisce La casa della nebbia.

Nel suo primo post ci ha parlato di Dafni e Cloe di Longo Sofista, un importante romanzo greco, nel secondo ci ha parlato dei libri di Andre Norton al confine tra fantasy e fantascienza.
Poi è stato il turno di due post su Giorgio Saviane e i suoi libri, il secondo dei quali parlava della sua opera Il Papa. Dopo un post su Palomar di Italo Calvino, il mese scorso ci ha fatto conoscere Lu Xun, autore di La vera storia di Ah Q, un racconto contenente un’ironica ma forte denuncia sociale.

 Questo mese ci porta a conoscere Giuseppe Marcotti e il suo romanzo Il Conte Lucio.
Lo ringrazio e lascio subito a lui la parola…


Il Conte Lucio di Giuseppe Marcotti


Eccoci arrivati a un’altra puntata della Biblioteca Dimenticata. Questa volta voglio parlarvi di un romanzo storico scritto da Giuseppe Marcotti: Il Conte Lucio.


Come sempre, spendiamo intanto due parole sull’autore: Giuseppe Marcotti nacque a Campolongo (UD) il 21 ottobre 1850 e morì a Udine il 1° marzo 1922. Figlio di un ricco proprietario terriero dedito alla viticoltura e alla bachicoltura, Marcotti fu presto mandato a studiare presso il collegio dei barnabiti di Monza (1859), da cui, dopo la licenza liceale, si spostò a Bologna e a Firenze per studiare lettere e giurisprudenza. Decise di stabilirsi proprio a Firenze, dove concentrò la sua attività nei decenni successivi. Rimasto vedovo nel 1906 (si era sposato con Elena Arnaldi nel 1879), si ritirò nella sua villa di Cuciliana, presso Pisa, dove continuò comunque la sua attività letteraria. Tornato in Friuli nel 1917 a seguito della disfatta di Caporetto, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale decise si stabilirvisi. Morì a Udine pochi anni dopo.

Romanziere e giornalista, lavorò per testate importanti come La Nazione, Il Fanfulla, La Stampa, Il Corriere della sera e Il Resto del Carlino. Fu anche corrispondente per Le Figaro. Dal 1900 al 1906 fu anche segretario della Società Dante Alighieri per la diffusione della lingua italiana fuori dal Regno d’Italia. Nella sua veste di giornalista fu tra l’altro autore di resoconti di guerra e di viaggio, specie nella regione dei Balcani e nei domini Turchi. Della sua attività di romanziere vanno senz’altro ricordati i suoi romanzi storici, ambientati per lo più nei territori da lui direttamente conosciuti (Friuli, Toscana, ecc.) e basati sempre su un’accurata ricerca documentale e bibliografica. La sua meticolosa opera di ricostruzione degli usi e dei costumi, il rigore documentario e l’originalità dei suoi romanzi gli valsero pagine di vivo apprezzamento anche da parte di Benedetto Croce che, nella sua Letteratura della Nuova Italia, ne cita più d’uno come esempi pienamente riusciti di romanzo storico.

Tra i suoi romanzi e le sue opere a carattere storico-giornalistico possiamo ricordare, tra gli altri, I Dragoni di Savoia (1883), Donne e Monache (1884), La Giacobina (1913), Le Spie (1922) e, ovviamente Il Conte Lucio. Pubblicato a Milano nel 1882 da Treves, fu più volte oggetto di ripubblicazione per copia anastatica anche in epoca recente (1974, 1981, 2000). Vi dico subito che quella che ho letto io (nell'immagine a lato) è l’edizione del 1974 della Tarantola Tavoschi Editore di Udine, copia anastatica della III edizione della Treves di Milano del 1888.

Il romanzo tratta della vita e delle imprese del conte Lucio della Torre di Valsassina, o, meglio, delle sue numerose malefatte e scellerataggini. Lucio, rampollo di una delle famiglie più importanti e potenti del Friuli (e non solo), nasce nel 1695 da Sigismondo di Carlo della Torre e della nobile veneziana Cecilia Mocenigo. Cresciuto in un ambiente corrotto e violento (il nonno Carlo fu decapitato per i suoi abusi e crimini; suo padre fu ucciso a tradimento dal suo stesso fratello; i suoi cugini si distinsero per opera di sopraffazione e violenza, ecc.), assieme a suo fratello minore Carlo si dimostrò ben presto all’altezza dei suoi illustri predecessori. Rimasto orfano di padre a quattro anni, manifestò ben presto segnali che non lasciavano presagire nulla di buono. La madre decise così di spedire lui e il fratello minore a Venezia, presso il collegio dei gesuiti. Nonostante le speranze della madre, il contatto con alcune cattive compagnie e la società corrotta di Venezia diedero nuovi stimoli all’indole prepotente e lussuriosa del giovane, che ben presto si fece cacciare dal collegio e cominciò una vita di sperpero e di violenza. Neppure il matrimonio (combinato) con la contessa Eleonora Madrisio di San Martino, donna non bella, ma pia, docile e sottomessa e che gli diede ben quattro figli in quattro anni, riuscì a cambiare l’indole del giovane che si dimostrò marito e padre terribile. Perenne cacciatore di donne e avvezzo allo scandalo e per questo colpito più volte da decreti di bando da parte della Repubblica Veneta, si circonderà ben presto di una folta banda di bravi armati fino ai denti con cui si farà beffe della giustizia di San Marco e seminerà il terrore nei territori del Friuli. Costretto infine a fuggire, riparerà nei domini asburgici, dove però, regnando Carlo VI – estremo fautore del rigore morale – non troverà gli appoggi sperati. Colpito anzi da decreto di confino a Cormons (GO), riprenderà in breve tempo le sue male abitudini, con nuovi scandali che lo porteranno a commissionare persino l’assassinio della moglie. Scoperta però la sua responsabilità, verrà infine incarcerato assieme ai suoi complici (in quell’occasione i conti Strassoldo di Farra d’Isonzo) nella fortezza di Gradisca d’Isonzo e quindi giustiziato nel 1723.

Nel corso del racconto, il Marcotti riesce a dipingere in maniera esemplare gli usi e i costumi dell’epoca in cui è ambientata la storia. La sua è infatti, come lui stesso dichiara nell’epilogo, una ricerca del vero. Illustrando le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere il romanzo, egli afferma infatti che:
Mettere in scena coi libri gli uomini e i tempi andati secondo la sterica verità quale risulta dai documenti, riempiendone le lacune secondo una accurata verisimiglianza induttiva, a parer nostro non ha bisogno di giustificazioni: non è altro che uno studio del vero. Ma se si vuole l’intento morale, sentiamo che neppur questo ci manca.
 E questa operazione risulta pienamente riuscita. Egli riesce infatti a dipingere compiutamente tutti gli aspetti principali della vita del tempo: il cibo, le bevande, i vestiti, le convenzioni, gli svaghi, le feste, persino i tipi di barche in uso a Venezia. Tutto viene descritto con dovizia di particolari ma sempre in maniera non avulsa dal contesto. Marcotti ci descrive nei dettagli la corruzione e l’ipocrisia della società veneta ormai in declino e di quella dei territori dell’impero asburgico, anche e soprattutto a fronte di un profluvio di leggi, bandi e divieti ufficiali tendenti alla moralità, al costume e al rispetto della giustizia. Grazie alla minuziosa ricerca all’interno degli archivi storici, ci viene dipinto un quadro preciso dello stato e del funzionamento degli apparati di polizia e di giustizia del tempo, con tutte le difficoltà che c’erano per far rispettare la legge, specie ai più ricchi, anche perché, come ci dice Marcotti, ancora non era stabilito che la legge fosse cosa uguale per tutti.

Dal punto di vista degli avvenimenti narrati, sebbene l’autore abbia probabilmente romanzato alcune parti relative alle modalità secondo i quali si sono svolti, essi sono assolutamente fedeli alla verità documentata nel loro susseguirsi. In molti casi, grazie ai verbali degli interrogatori, ai rapporti dei confidenti e agli altri documenti conservati negli archivi, gli è stato invece possibile riportare fedelmente anche i singoli discorsi, da cui ha potuto dedurre gli stati d’animo, i pensieri, il carattere e le macchinazioni che i suoi personaggi hanno messo in campo nella loro vita reale.

Dal punto di vista stilistico, se pur scritto in un italiano che non è quello di oggi (cosa che a me, personalmente, non ha dato alcun fastidio, anzi…), la narrazione scorre via veloce e piacevole. Il tono del romanzo cambia seguendo gli eventi, così che, se all’inizio è, in un certo senso, quasi una commedia tragica, alla fine si trasforma in tragedia vera e propria. Nella prima parte del libro, infatti, pur nel mezzo di eventi terribili (come l’assassinio del padre da parte dello zio), si narra infatti l’infanzia del giovane Lucio e i suoi primi eccessi, legati per lo più all’amore carnale. L’autore può allora sbizzarrirsi a descrivere la società veneta e la dilagante ipocrisia che vi dilaga sotto l’apparenza della rettitudine e di come le numerose feste (e il carnevale in primis) non fossero in realtà che scuse per indulgere nei più abbietti dei vizi. Il Marcotti lo fa però in maniera assai piacevole, ricorrendo spesso e volentieri alla satira e al senso dell’assurdo. Per un esempio a caso, gustatevi questo discorso tra professori, teologi e frati intorno al tema della liceità del bacio:




Man mano poi che la narrazione scivola verso il suo epilogo, i ritmi si fanno più serrati e le incursioni ironiche si fanno più rare, adeguando lo stile al precipitare degli eventi (dove si raggiungono anche notevoli punte di truculenza) con grande maestria.

Insomma, questo libro, oltre a disegnare un quadro assolutamente dettagliato della vita nelle regioni del Veneto, del Friuli e della corte di Vienna nella prima metà del 1700, racconta una storia che oggi potremmo definire quasi noir in maniera piacevole e interessante. Anche se non è proprio facilissimo da trovare, lo consiglio comunque a tutti, e specialmente a quelli che amano immergersi per un po’ di tempo in un mondo dimenticato e per molti versi incredibile. Perché, come ci dice il Marcotti alla fine della sua fatica:
Quando poi si rifletta che a quei tempi i principi e i grandi facevano la moda, non occorre altro a persuadere i lettori che la nostra istoria del conte Lucio è molto più veridica che sorprendente.



Anche oggi una bella scoperta, direttamente dalla Biblioteca Dimenticata! Per fortuna che Davide ci mette al corrente di queste piccole meraviglie nascoste! A nome mio e dei lettori, ancora grazie!


   



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