martedì 12 maggio 2015

Scrivere un dialogo: tra narrativa e teatro

Scrivere un dialogo: tra narrativa e teatro

Nonostante il mio distacco, fin troppo programmato e crudo dalla scrittura, fin troppo spesso mi trovo qui a parlare di altri campi in cui la scrittura torna a fare capolino nella mia vita. Non molto tempo fa abbiamo parlato di scrittura per il teatro e in particolare di monologhi. Oggi voglio approfondire il tema sotto un altro punto di vista: i dialoghi.


Scrivere monologhi per la narrativa o per il teatro
Quando scrivevo, avevo sempre qualche problema con i dialoghi, soprattutto con le parole da aggiungere dopo ogni intervento dei personaggi. Tutti quei disse, affermò, chiese, esplicitò… insomma, non mi sono mai andati del tutto a genio.

Al momento però una delle cose che scrivo più spesso sono proprio dialoghi, anche se me ne sono resa conto solo di recente. Letteralmente Sparlando è un buon esempio di rubrica che mi impone di scrivere dialoghi. Scrivere un dialogo, però, con l'intento di recitarlo, è molto diverso che scriverlo per farlo leggere, perché le indicazioni per le intonazioni vengono scritte in modo differenze, anche quando hanno la stessa intenzione comunicativa.

Ritengo però che la mia scrittura si stia avvicinando sempre di più al mondo del teatro, alla voglia di dare voce al testo più che inchiostro. Nonostante alcuni recenti eventi che mi hanno fatto venire decisamente voglia di abbandonare una strada che si presenta ancora più in salita di tutte quelle che ho già percorso (e io sono un po' stanca, lo ammetto, di cose difficili).

Un esempio (#1): un dialogo banale
Prendiamo un esempio per far capire cosa succede a un dialogo narrativo per diventare un dialogo da recitare (almeno quando ci sto lavorando io).

Partiamo da un banalissimo dialogo da triste serie televisiva di bassa lega (perché la creatività oggi sembra andata in lidi lontani, scusate, sarà la febbre).


«Non riesco più a crederti, mi dispiace» disse Anna, ormai sconsolata.
«La verità è che non mi ami più» replicò, seccato, Matteo.
«Forse è così» ribatté lei, con un misto di rabbia e delusione.
«Allora non ha senso parlarne ancora, mi pare».

Questo dialogo, che potreste trovare in un romanzetto rosa poco interessante presenta il classico problema delle frasette dopo ogni stringa di dialogo: noiose da scrivere e… da leggere!

Un esempio (#2): adattamento per lettura teatrale
Vediamo un mio possibile adattamento per una lettura teatrale del dialogo precedente

A [sconsolata] - Non riesco più a crederti, [sospiro] mi dispiace.
M [seccato] - La verità è che non mi ami più.
A [rabbia + delusione] Forse è così.
M [freddo]Allora non ha senso parlarne ancora, [volta la testa] mi pare.

Questo, ovviamente, se posso agire sul testo: spesso devo leggere ciò che c'è scritto, quindi, pur esprimendo con la voce le intonazioni sono comunque obbligata a leggere le parti che invece qui avete visto sparire.

Ovviamente la preparazione di una lettura teatrale va ben oltre la scrittura delle intonazioni o delle intenzioni comunicative. Infatti, ogni testo che preparo per una lettura teatrale, indipendentemente dalla presenza o meno di dialoghi, subisce poi altre fasi:
  1. Indicazione delle pause (brevissime, brevi, medie, lunghe, molto lunghe) (e a volte di cambi di volume o rapidità di lettura)
  2. Segnalazione delle parole da enfatizzare
  3. Studio della dizione del testo.
Di queste tre fasi però magari parleremo un'altra volta.
Oggi voglio concentrarmi sui dialoghi.
                                                                                                         
Anche se qui la differenza non è così abissale, quando si scrive un dialogo per essere letto occorre essere molto più precisi sulle intenzionalità emotive di ciò che si sta dicendo. Se poi lo scopo è la recitazione vera e propria, allora ci devono essere anche tutte le indicazioni  delle azioni che rendono una partitura teatrale completa e chiara per gli attori.

Un esempio (#3): un dialogo narrativo più ricco
Ho sempre scritto dialoghi vedendo i personaggi in scena, anche quando scrivevo narrativa. I miei personaggi non sono mai stati personaggi di carta: sono sempre stati vivi, attori. Li mettevo in scena e stavo a vedere. Dedicarmi a scritture più uditive-visive mi consente di enfatizzare ancora di più questo aspetto, sicuramente andando però a perdere qualcos'altro, come per esempio le parti narrative tra una battuta di dialogo e l'altra, o l'arricchimento della sintassi del testo, perché il dialogo iniziale, se avessi voluto scriverlo per un libro, l'avrei sicuramente arricchito un po' (anche se il testo di base non consente di trarne certo un capolavoro… ahaha!).

«Non riesco più a crederti, mi dispiace» disse Anna, ormai sconsolata.
I suoi occhi erano spenti e inerti, come candele alla fine di una funzione.
«La verità è che non mi ami più» replicò, seccato, Matteo, che, attaccato, non seppe far altro che ferire a sua volta.
«Forse è così» ribatté lei, mischiando rabbia e delusione come colori su una tavolozza.
«Allora non ha senso parlarne ancora, mi pare».
Quando si voltò e se ne andò, Anna nemmeno provò a fermarlo: era finita, davvero finita, quella volta.

Conclusione
Scrivere un dialogo in un racconto, a mio avviso, deve limitare al minimo l'uso di banali pezzi di frase messi solo per far capire chi sta parlando e come e arricchire il dialogo di parti aggiuntive (senza esagerare però, perché il rischio è di spezzare troppo lo scambio tra i personaggi) per creare atmosfera. Scrivere un dialogo per il teatro non consente di sbizzarrirsi in descrizioni, metafore o figure retoriche, ma spinge a prestare grande attenzione alle intonazioni, le emozioni e i movimenti.


E voi? Cosa ne pensate? 


6 commenti:

  1. Per quanto riguarda i "disse", Nabokov rivela che Tolstoj usa sempre "disse" per introdurre il parlato dei suoi personaggi. Poi, intervengono i traduttori che odiano le ripetizioni e piazzano "interloquì", "mormorò", "replicò" eccetera eccetera.
    I dialoghi sono difficili. Spesso sono usati per fornire al lettore elementi quali l'età dei personaggi, indicazioni sullo stipendio, il lavoro che svolgono. Insomma, si crede che servano a illustrare cosa combinino i personaggi, mentre il loro ruolo è di spingere in avanti l'azione, svelare la natura di chi parla e il mistero che racchiude. Ma non è semplice da spiegare...

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    1. I dialoghi con infodump fatti male sono i peggiori di tutti: a volte si fanno dire cose ai personaggi solo per non scriverle nelle parti narrate e l'effetto è sempre estraniante (per esempio, "Perché Tizio dice questa cosa a Caio che sicuramente la sa già?"... tanto vale che la dica il narratore al lettore, no?).

      Sono d'accordo con te: il dialogo deve essere azione.

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  2. A me piace molto scrivere dialoghi e nei miei libri occupano di solito almeno il 90% dello spazio. Ho provato anche a fare a meno delle legature, ma ho scoperto che non sono abbastanza bravo per toglierle del tutto e ne devo mettere come minimo due per pagina, altrimenti qualche lettore si perde...
    Mi piacerebbe anche provare a lavorare sui dialoghi tra tre personaggi, che sono molto più complicati.

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    1. Sicuramente gli interventi per dire chi sta parlando si possono ridurre, ma non eliminare del tutto, soprattutto in presenza di più di due personaggi.
      Ho visto anche alcuni scrittori usare diversi tipi di virgolette per i vari personaggi, ma io sono abbastanza contraria a questo tipo d'uso della punteggiatura.

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  3. Eccomi, dialoghista e monologhista (si dice?), giacché tutto è cominciato per me in un corso di Drammaturgia.
    Il mio impatto con il testo teatrale è stato una vera e propria rivelazione. Stranamente, io che provenivo dall'esperienza di aver scritto un romanzo e diversi brevi racconti - dopo essere passata dal fumetto - mi trovai nel mio elemento con la drammaturgia, e scrissi una commedia che fu per altro rappresentata da attori professionisti in un noto teatro romano.
    Ho intenzione di scrivere in modo approfondito sulla mia esperienza di scrittrice di testi teatrali. Lo farò certamente una delle prossime settimane nel mio blog (grazie per l'idea, che indirettamente mi dai).
    Comunemente prediligo i dialoghi brevi e incisivi, sia nella narrativa che in teatro. Due campi estremamente diversi ma che hanno alcuni aspetti in comune.

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    1. Leggerò i tuoi post con grande interesse: è un campo nuovo per me e ho tutto da imparare.
      Tu invece hai già dei buonissimi precedenti!

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