lunedì 10 dicembre 2012

Punti di vista


Punti di vista: alcuni casi in cui il POV della narrazione ha dei problemi e alcuni suggerimenti.
In un racconto o in un romanzo esiste sempre un punto di vista. Il punto di vista (in genere abbreviato con POV, dall’inglese Point Of View) è l’angolazione dalla quale la storia viene narrata. È da immaginare come il punto in cui viene messa la telecamera per girare un film, ovviamente in base alla posizione si vedranno alcune cose e non altre.


Cerchiamo ora di classificare i tipi di punti di vista. Inutile dire che la classificazione è mia e quindi del tutto smentibile, ma non esiste un unico modo per intendere il problema, insomma ci sono tanti punti di vista sui punti di vista (per questo vi consiglio di leggere anche altri post sull’argomento, magari partendo da Dal mio punto di vista, un post sul blog Aislinn, giusto per cominciare!).

Interno o esterno?
Innanzitutto distinguerei:
  • Narratore interno: è uno dei personaggi della vicenda o almeno assiste al suo svolgersi direttamente.
  • Narratore esterno: è estraneo alla vicenda che racconta.


Narratore interno
Analizziamo ora le tipologie di narratore interno. Può essere:
  • Il protagonista della vicenda che la racconta mentre la vive o a posteriori. In questo caso il vantaggio è una grande possibilità di coinvolgere a livello emotivo il lettore. Il protagonista è direttamente coinvolto quindi racconta con parole vive e il lettore si sente partecipe e vicino alla storia. Ci sono però dei limiti significativi come il fatto che il protagonista, se è anche narratore, non può morire ed è bene tenerne conto quando si scrive una storia per non incorrere nel fenomeno della black box (un bel post a tema su Penna Blu).
  • Un personaggio importante, anche se non protagonista (per esempio l’aiutante di un eroe, la dama di compagnia di una principessa…). In questo caso il narratore conosce molto bene il protagonista e può narrarne nel dettaglio le vicende, ma non può conoscerne i pensieri anche se racconterà i suoi. Ovviamente il protagonista può morire, l’importante è sempre che il narratore interno non muoia!
  • Un personaggio insignificante nella vicenda (per esempio un vecchietto che dentro un bar assiste a una rissa e poi la racconta). Valgono più o meno le stesse considerazioni anche se il narratore è meno vicino al protagonista e quindi si perde anche gran parte della potenzialità di coinvolgere il lettore che è la caratteristica per la quale in genere si sceglie di narrare in prima persona una vicenda.


Narratore esterno
Il narratore esterno può essere invece:
  • Onnisciente, quando conosce i pensieri e le azioni di tutti i personaggi che per lui non hanno segreti. Non fa parte della vicenda ma la conosce in ogni più intimo dettaglio. Sarebbe come nel cinema avere sempre per ogni inquadratura una ripresa del primo piano (e perfino della mente!) di ogni personaggio.
  • Focalizzato su un personaggio. Il narratore è esterno, non è dunque un personaggio della vicenda, ma la telecamera, l’occhio del racconto insomma, guarda in modo privilegiato a un personaggio. Conosce i suoi gesti e anche i suoi pensieri, come se fosse dentro la sua testa, ma non conosce i pensieri degli altri personaggi.

Questione di scelte e di storie
Secondo me, il narratore onnisciente non è la scelta migliore: è innaturale per il lettore conoscere tutto di tutti ed è abbastanza pesante Io preferisco il narratore interno centrato sul protagonista per i racconti brevi e/o il narratore esterno focalizzato per racconti e romanzi, ma ovviamente è una questione di scelte e di storie. Ogni storia richiede un suo narratore per essere scritta al meglio e non esiste una regola. L’importante è fare attenzione ed essere coerenti nelle proprie scelte.

Un narratore interno non può morire
Ho già detto che un narratore interno non può morire, per non creare una black box. Come può raccontare se è morto? In realtà ci sono delle soluzioni: potrebbe essere uno spirito, una zombi o cose di questo tipo, ma se non lo è, allora c’è un problema. La storia non sarà mai credibile.
E se vogliamo scrivere un testo in prima persona perché più coinvolgente, ma il nostro personaggio deve morire? Oh, si può fare. Se si suicida può raccontare la sua morte in una lettera a una persona cara o in una pagina di diario. Se muore di vecchiaia, di malattia o assassinato si può invece inserire un inserto in terza persona di chi ha trovato il cadavere o di qualche altro personaggio. Oppure uno stralcio di giornale che racconta l’accaduto. O altro ancora.
Un’altra alternativa è rappresentata dall’uso di più narratori interni, magari a capitoli alternati. In questo caso la morte di uno dei narratori potrebbe essere raccontata da uno degli altri narratori. Anche in questo caso non esiste una soluzione giusta a priori (altrimenti tutte le storie sarebbero scritte nello stesso modo, no?). Questi sono solo alcuni spunti su cui riflettere.

Una questione di inquadratura
Quando si usa un narratore interno, oltre a non farlo morire in modi inspiegabili nella trama, dobbiamo abituarci a vedere la storia con i suoi occhi. Non potrà dunque raccontare una cosa avvenuta quando lui non era presente oppure i pensieri di un altro personaggio.
Una volta messa la telecamera negli occhi di un personaggio, bisogna evitare di fingere che possa vedere cose che davanti ai suoi occhi non sono passate.

Il narratore esterno in prima persona
In genere quando si pensa a un narratore esterno lo si immagina narrare la vicenda in terza persona, ma non è poi così detto. Anche il narratore esterno può far sentire la sua voce. Certo non può narrare la vicenda in prima persona, ma può narrare il suo gesto di scrivere in prima persona. È il caso in cui chi scrive è esterno alla vicenda, ma rende presente la sua presenza come colui che racconta o ponendo domande al lettore o parlando di se stesso mentre racconta la storia. Questo per molte persone è visto come fonte di disturbo perché ricorda al lettore che ciò che legge è una finzione, ma, come ogni cosa in scrittura, se ben giocata può diventare un’ottima carta. È il caso di quei racconti o romanzi in cui alla storia narrata si intreccia quella dello scrittore che la scrive.

Conclusione
La questione dei punti di vista è estremamente complessa e non avevo intenzione di dipanarla con questo post. Ho solo introdotto alcune classificazioni tra quelle che più condivido e poi ho parlato di alcuni casi particolari offrendo spunti di riflessioni e qualche possibile trucco. Resta il fatto che si deve decidere caso per caso. L’unico consiglio che vale sempre è essere attenti e coerenti. Aver ben chiaro dove sono gli occhi che guardano e descrivono la vicenda e scrivere sempre di conseguenza.
Collegato a questo tema c'è anche quello del tempo della narrazione, ma scriverò un post dedicato prima o poi!


E ora mi piacerebbe sapere qual è il vostro punto di vista sui punti di vista!

24 commenti:

  1. Ho usato la prima persona e il tempo presente in una storia in cui il narratore muore (in realtà erano ben due i narratori morti). In questo caso non ci vedo incoerenza.
    Non vorrei darti l'impressione di quella che ha sempre qualcosa da ridire: è solo il mio modo di riflettere sulle cose.

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    1. Dipende da come hai scritto il finale. Se ben strutturato puoi evitare la black box, altrimenti rischi di caderci in pieno.
      Immaginati un testo così: "Sto molto male, credo che non ce la farò. Ecco sono morto".
      Non è coerente, se però fai: "Sto molto male, credo che non ce la farò, la penna si fa pensante. Ormai sono certo che morirò. Ora finisco qui. Non è più tempo di raccontare".
      Noti la differenza? Magari puoi sottopormi il tuo racconto, se vuoi un parere.
      Comunque non dai affatto l'impressione di avere sempre qualcosa da ridire. Scrivo post proprio per suscitare domande e instaurare un confronto, quindi grazie mille!

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    2. Grazie per l'offerta (attenta, se ti offri troppo poi non hai più tempo...) ma sono piuttosto sicura di aver fatto morire per benino i miei due personaggi. Comunque il racconto è quello con cui ho partecipato a "brividi".

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    3. Non avevo intenzione di leggerlo, oggi, ovviamente, visto che è stata una giornata davvero infernale e adesso mi sto godendo i primi due minuti liberi, però l'offerta è valida e, visto che so dove trovare il racconto, prima o poi lo leggerò! Magari aspetto di finire gli esami di dicembre così leggo con più tranquillità.

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  2. Il POV è un elemento maledettamente traditore nella scrittura. In genere sarebbe bene partire con un'idea precisa di CHI guarda COSA e in quale tempo. Nulla di più facile che cambiare i POV a pagina 64 e decidere che Tizio può vedere dietro l'angolo o può parlare con la voce di Caio, con smarrimento e successiva inkazzatura del lettore. Purtroppo sulla voce narrante bisogna essere quantomeno prussiani, a meno di raccontare tutto con un punto di vista «esterno», ovvero da narratore più o meno onnisciente. Personalmente ho scritto più o meno 60 pagine prima di decidere che il punto di vista parziale del personaggio scelto limitava troppo lo svolgimento della vicenda e dover in pratica RISCRIVERE tutto scegliendo un osservatore esterno, Che a sua volta crea altri problemi (naturalmente) ma che permette di raccontare senza troppi patemi d'animo. Ma uso molto la terza persona in indiretto libero o addirittura la prima persona in caso di vicende gotiche o horror.

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    1. Sono d'accordo: meglio partire con le idee chiare! Dell romanzo che sto scrivendo (sì, diciamo quello che ho abbandonato da qualche mese...) ho riscritto più volte il primo capito proprio per questioni di POV, però ho preferito rifare tante volte quello piuttosto che arrivare alla fine e non essere convinta.
      La cosa importante comunque è rendersi conto del problema e agire di conseguenza sia che si sia a pagina 1 o a pagina 64 o a pagina 1000, anche se ovviamente non è proprio la stesa cosa! Grazie per aver raccontato la tua esperienza con i POV!

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  3. Quella dei punti di vista è davvero una questione complicata... Personalmente preferisco il narratore esterno focalizzato su un personaggio, mentre i narratori in prima persona mi annoiano quando li leggo e penso che siano parecchio impegnativi quando si scrive, al contrario di quanto sembrerebbe. In ogni caso effettivamente molto dipende dalla storia e da come si vuole affrontarla... Ultimamente ho scoperto che raccontare usando più punti di vista è molto coinvolgente, ma senza usare il narratore onnisciente che ha il sapore della scrittura d'un tempo, un po' pomposa... Ma è questione di punti di vista, naturalmente :)

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    1. Il narratore esterno focalizzato è il mio preferito nei testi lunghi. Secondo me offre tante possibilità. E poi si può far variare la focalizzazione come sto cercando di fare io con il romanzo che (non) sto scrivendo.

      La prima persona sembra più immediata (in genere gli scrittori alle prime armi cominciano così), ma saperla usare bene richiede una certa esperienza per evitare tutti i problemi che può generare.

      Eh, quanti punti di vista sui punti di vista! Ah ah ah!

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  4. Mi ricordo che nei primi anni delle superiori abbiamo appunto studiato il POW. Un'altra cosa molto importante, nel caso di usare la terza persona singolare, è anche il livello di partecipazione.
    Faccio due esempi:

    "Tizio soffre. Angosciato dall'aspettativa di non trovare più un lavoro dal quale ripartire, osserva la pioggia e in quello stesso preciso momento sente che il suo animo si sta frantumando. Chi potrà mai consolarlo in quella casa desolata?"

    "Tizio soffre. Questa mattina è stato licenziato e ci sono poche probabilità che ritrovi un altro lavoro. E' solo in casa e fuori piove. Per diversi minuti osserva la pioggia giusto un attimo per sentirsi malinconico."

    La professoressa ci faceva, per quanto riguarda il secondo caso, del Verismo e così di Verga.

    Per quanto riguarda la prima persona che non deve morire si potrebbe fare l'esempio cinematografico de Il Viale del Tramonto oppure anche de American Beauty dove raccontano la loro storia quando sono già morti.

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    1. Il livello di partecipazione è un altro fattore molto importante, grazie per averlo suggerito! I tuoi esempi sono molto chiari.

      I film non sempre sono la fonte migliore da cui prendere esempio. E poi è ovvio che uno può anche creare di proposito una black box, ma lo deve fare con un'arte tale da non farmi storcere il naso (purtroppo non ho mai visto i due film che citi). Ci sono anche scrittori che non usano le virgole, per esempio, ma non per questo mi vien voglia di imitarli. Per poter aggirare le regole bisogna prima padroneggiarle totalmente, secondo me.

      Comunque si tratta solo di punti di vista!

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  5. Ci sono molti esempi di narratori in prima persona che sono già morti, a parte gli esempi già citati sopra ci sarebbe anche il romanzo L' Inverno della Paura di Mc Cammon.
    Comunque dovendo scegliere referisco proprio i romanzi in cui il POV appartiene alla prima persona non onniscente.
    Ciao.

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    1. Se sono spiriti, mummie o cose simili può essere anche molto interessante, però un comune mortale che post morte racconta la sua vita mi sembra chiedere un po' troppo al lettore dicendogli di fidarsi di ciò che racconta.

      Un fan dei romanzi in prima persona, finalmente! Io confesso di averne scritti diversi nella mia gioventù, ma poi ho smesso. Come ho detto qualche commento fa, gli scrittori inesperti tendono a usare spesso la prima persona. Nel mio caso però sono ancora inesperta e quando (e se) padroneggerò al meglio tutti i segreti della scrittura, credo che ricomincerò a scrivere anche romanzi in prima persona perché non sono affatto semplici.

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  6. Bel post. Mi sembra completo. Al momento a me non viene in mente niente da aggiungere. Interessante e ben spiegato.

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    1. L'argomento è sterminato, sono contenta però che il mio post sembri completo! Confesso che avevo un po' di timore ad affrontare un argomento così vasto.
      Grazie!

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  7. La black box va evitata solo se involontaria, ma non la considero il male. Anzi, esistono dozzine di modi per giustificarla. Piuttosto, proprio tu che ti butti su termini inglesi quando ce ne sono di gradevoli nella nostra lingua? :P

    Scherzi a parte, solo ultimamente ho scritto qualcosa in prima persona. In un caso, mi sono accorto che ci mettevo troppo di me. Penso di trovarmi più a mio agio con la terza focalizzata su un personaggio per volta. L'onniscienza, al di là delle parvenze, è difficilissima da impiegare perché più facile sfociare nel ridicolo (involontario) come un libro che ho avuto recentemente fra le mani. Quello che mi dà fastidio, leggendo, è quando il focus passa continuamente da un personaggio all'altro, senza stacco. Insomma, quando il dio narratore è nervoso, mentre me lo aspetterei con il barbone e la pipa. Sì, come Gandalf!

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    1. In effetti non so perché ho usato il termine inglese, forse perché ho appreso il concetto con quel nome e non mi sono posta il problema. Forse perché il post di Daniele (anche lui molto attento a non usare troppe parole inglesi) usava quello stesso termine. Mah... "scatola nera" mi convinceva poco, forse.

      Sì, un bel narratore riflessivo stile Gandalf sarebbe proprio l'ideale a volte!
      I cambiamenti di focus possono essere fastidiosi e anch'io sto cercando un modo per affrontarli al meglio.

      L'onniscienza la trovo un po' noiosa e irreale (sapere tutto di tutti, fatti e mente).

      La prima persona porta spesso con sé il rischio di assorbire troppo dello scrittore. A volte proprio i testi che ci sono più vicini, secondo me, andrebbero scritti in terza persona, proprio per creare un po' di distanze!

      Grazie per il commento!

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  8. Ah, senti scusa per l'O.T. ma l'hai visto il film "Ruby Sparks". è una storia d'amore, ma anche la storia di uno scrittore e della sua opera. Credo ti possa piacere.

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    1. Non l'ho visto. Grazie mille per il consiglio!

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  9. Anche io l'ho sentita chiamare sempre in inglese la black box :)

    Sui PdV bisogna stare attenti, io per primo, ché spesso li cambio senza neanche accorgermene :)
    Post da mettere nei preferiti. Mi sa chr ti copio la rubrica sui migliori post del web sulla scrittura :D

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    1. Allora "black box" sia!

      Il POV (anzi PdV, così almeno usiamo un po' di italiano, non ci avevo pensato!) a volte diventa un vero e proprio problema!

      Sono davvero lusingata... non ho parole!
      Copia pure. Io ti copio sempre le 10 parole e il tuo blog è in generale grande fonte di ispirazione. Non credevo di colpirti tanto con un post così, ma grazie mille!

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  10. Di solito è il punta di vista che sceglie me. Nel senso che non ci penso nell'incipit con quale punto di vista voglio narrare, mi viene da solo.Post esaustivo, come sempre.
    Raffaella

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    1. Di solito anche a me la scelta viene automatica perché ogni storia richiede un suo PdV. A volte invece ci sono varie opzioni e bisogna scegliere. Il problema però è mantenere poi una coerenza all'interno della storia!
      Grazie...

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  11. Questa discussione mi riporta alla scuola, e a quando studiavamo i tipi di narrazione. Confesso che all'epoca nemmeno m'importava troppo di chi raccontasse una storia. Col passare degli anni, ho iniziato a riconoscere le varie tecniche di narrazione.

    Penso a Conrad e al suo Marlow, un personaggio che è introdotto da un narratore esterno, per poi diventare egli stesso narratore e protagonista della vicenda, in Cuore di Tenebra e Gioventù.

    Ma anche ai salti temporali e di personaggi del Signore degli anelli, visto che si citava Gandalf, o alla narrazione situazionista di Manchette, in cui i personaggi emergono dalle loro azioni, mai dal loro vissuto interiore.

    Sì, i tipi di narratori sono davvero molti.

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    1. E la cosa bella è proprio questa: ci sono tante possibilità e tutte hanno un sapore diverso. Una stessa storia può essere avvincente o banale con due narratori diversi.

      "Le avventure capitano solo a chi le sa raccontare", diceva James, e alla fine è così anche per i narratori: solo un narratore giusto rende un testo una vera avventura!

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