martedì 7 ottobre 2014

"Jacques il fatalista" di Denis Diderot - Prima parte


Oggi sono qui per presentarvi l'ottavo post di La biblioteca dimenticata, rubrica fissa sul mio blog curata da Davide Rigonat, il blogger che gestisce La casa della nebbia.

Nel suo primo post ci ha parlato di Dafni e Cloe di Longo Sofista, un importante romanzo greco, nel secondo ci ha parlato dei libri di Andre Norton al confine tra fantasy e fantascienza.
Poi è stato il turno di due post su Giorgio Saviane e i suoi libri, il secondo dei quali parlava della sua opera Il Papa. Dopo un post su Palomar di Italo Calvino, e uno su Lu Xun, autore di La vera storia di Ah Q, un racconto contenente un’ironica ma forte denuncia sociale, ci ha parlato del romanzo storico Il Conte Lucio di Giuseppe Marcotti.

Questo mese invece ci regala la prima parte di un interessante discorso su Diderot e la sua opera Jacque il fatalista. La seconda parte la potrete leggere il mese prossimo.

Ringrazio tanto Davide e gli lascio subito la parola…


Jacques il fatalista di Denis Diderot - Prima parte


Cari amici,
questo mese e il prossimo vi voglio parlare di un romanzo di Diderot: Jacques il fatalista (o, con traduzione più aderente all'originale, Jacques il fatalista e il suo padrone). Come vedrete, questo è un libro molto particolare e, in realtà, molto complesso. Esso può infatti avere numerose chiavi di lettura a causa del fine lavoro di cesello (anzi, direi piuttosto di uncinetto) che l'autore ha fatto intersecando tra loro motivi letterari, stilistici, filosofici… Per non trasformare la presentazione di questo libro in un trattato lunghissimo e restare nei limiti della decenza, sappiate quindi che sorvolerò su gran parte delle implicazioni filosofiche e che opererò una estrema semplificazione della trama e dell'analisi del testo.


Ed ora, se questa piccola premessa non vi ha del tutto atterriti, entriamo nel vivo del post!

L'autore
Come sempre, innanzitutto due parole sull'autore. Diderot (Denis Diderot – Langres, 5 ottobre 1713 – Parigi, 31 luglio 1784) è noto a tutti (o per lo meno dovrebbe esserlo) per essere stato il promotore, editore e, di fatto, maggior artefice dell'Encyclopédie, opera fondamentale che ha segnato una svolta nel concetto di diffusione della cultura, che , nelle intenzioni degli autori, doveva  finalmente essere accessibile a tutti. Oltre a ciò egli fu però anche critico d'arte, filosofo e, cosa che a noi più interessa in questo momento, scrittore. Per la sua biografia, per stavolta mi limito a rimandarvi all'onnipresente Wikipedia. Quello che è importante sapere, per noi, è che Jacques il fatalista è stato il suo ultimo romanzo e che, pubblicato a puntate tra la fine del 1778 e la metà del 1780, verrà pubblicato integralmente e senza censure solo postumo. Dal punto di vista filosofico, pur nella complessità e nell'evoluzione del pensiero diderottiano, semplifichiamo (e banalizziamo) e ricordiamoci che, verso la fine dei suoi giorni, egli era ormai ateo e materialista e deciso negatore di qualunque meccanicismo o determinismo tanto in campo morale che in campo naturale. Per gli amanti della filosofia, in molti dei suoi personaggi si possono infatti ritrovare le sue posizioni derivate da una personale interpretazione di Spinoza, così come a volte lui stesso ci dice in maniera abbastanza esplicita.

Il romanzo e le opinioni della critica
La prima cosa da chiarire è che tipo di libro sia Jacques il fatalista: è sicuramente un romanzo filosofico, così come esplicitamente dichiarato dall'autore stesso, che con quest'opera voleva discutere intorno all'etica materialista, ma non solo. Esso è infatti anche un'opera letteraria molto complessa e, a mio avviso, raffinata, in cui Diderot sperimenta molteplici e diverse tecniche narrative, tematiche e stili, il tutto intrecciato in maniera a prima vista inestricabile. A causa di questa sua natura plurima e indefinita, il romanzo non trovò l'appoggio della critica, che solo molto recentemente si è ricreduta sul suo reale valore. Se i critici filosofici ritenevano lo scritto troppo romanzesco, i critici letterari gli imputavano infatti la rottura di praticamente tutte le unità consolidate del romanzo: trama, inizio, fine, stile, intreccio. Qualcuno lo ha anche paragonato a una sorta di anti-romanzo… Tra l'altro, io ho sempre trovato interessante notare come la critica, dopo le battaglie secolari per superare i concetti fissi in letteratura, quali le unità aristoteliche nel teatro, non ammettesse la rottura di regole analoghe formatesi nei secoli in tema di narrativa.

La trama e la struttura
Se da un certo punto di vista il protagonista è Jacques, personaggio attraverso i cui dialoghi con il suo padrone l'autore veicola il suo discorso filosofico, dall'altro dobbiamo ammettere che i protagonisti sono molti o, meglio, non ve n'è nessuno in particolare. Dal punto di vista letterario potremmo anzi affermare che il protagonista è il racconto stesso. Jacques il fatalista è infatti l'insieme di numerose storie che si intersecano e si intrecciano su diversi piani narrativi. L'episodio principale è la narrazione del viaggio di Jacques e del suo padrone fatta direttamente dal narratore a un generico lettore (il narratore racconta in realtà sei storie, di cui quella del viaggio è la prima e che serve da spunto per tutte le altre). Del viaggio in sé sappiamo in verità ben poco, non essendo spiegato né da dove vengano, né dove vadano o perché. E questa mancanza di informazioni viene messa in evidenza già nelle prime righe. Il romanzo si apre infatti con una serie di domande che il lettore pone al narratore:
Come s'erano incontrati? Per caso, come tutti. Come si chiamavano? E che ve ne importa? Donde venivano? Dal luogo più vicino. Dove andavano? Si sa forse dove si va? Che dicevano? Il padrone non diceva nulla, e Jacques diceva che il suo capitano diceva che tutto ciò che di bene o di male ci capita quaggiù, stava scritto lassù. […]

Semplificando molto, durante il viaggio, però, Jacques e il suo padrone parlano e si raccontano delle storie. Incontrano anche altre persone (in particolare l'Ostessa del Gran Cervo e il marchese des Arcis), i quali a loro volta raccontano delle storie. Questi racconti sono però spesso interrotti, in maniera spesso apparentemente casuale, da commenti e aneddoti narrati dagli altri. Spesso poi si aprono delle storie nelle storie, in quanto i protagonisti delle varie narrazioni raccontano a loro volte degli altri aneddoti. A differenza quindi dei Racconti di Canterbury di Chaucer e del Decameron di Boccaccio, le varie storie (da 28 a 32, a seconda dei commentatori e della dignità che si vuole assegnare a certi aneddoti) si sovrappongono e si compenetrano con un effetto molto simile a quello del teatro nel teatro o, se mi permettete, a quello di certi dialoghi da osteria o da parrucchiera in cui i protagonisti divagano aprendo un'infinità di parentesi e di parentesi all'interno di altre parentesi (vi è mai capitato di prestare attenzione a questi fantastici dialoghi? C'è da domandarsi come facciano a non perdere il filo iniziale!).

Il romanzo non ha nemmeno un vero finale, ma anzi ne propone ben tre, nessuno dei quali di particolare peso o risolutivo. Potremmo quindi ben dire che esso è in realtà solo la narrazione di uno spezzone di un viaggio e degli avvenimenti accaduti in quel limitato lasso di tempo. Come molti hanno in passato obiettato, si potrebbe quindi concludere che il libro non ha una storia degna di questo nome. Le cose non stanno, ovviamente, così. L'anima del libro sta nel racconto stesso e nelle idee in esso esposte che pungolano il lettore ad una attenta riflessione.

Per oggi è tutto, ma anche dal punto di vista tecnico e stilistico, come vedremo la prossima volta, il testo è scritto molto bene e si lascia leggere con piacere.





Ringrazio ancora una volta Davide per il post e vi ricordo che il mese prossimo potrete leggere la seconda parte del suo intervento su questo libro che sarà orientato soprattutto su il filo conduttore, il tema filosofico e lo stile…  



Note: La foto usata come sfondo del banner è da attribuire a Luciano Caputo (vedi CC nel link).



4 commenti:

  1. Possiedo questo libro da anni senza averlo mai letto. Una vocina nel mio inconscio mi ha sempre suggerito di rimandare. Forse è il caso di affrontarlo anche se ammetto che in
    effetti questa prima parte mi ha un po' atterrito.

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    Risposte
    1. Atterrito?! Ma no, dai, lo scopo del post non era questo!
      Se lo leggi, poi facci sapere, eh!

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  2. Niente paura, Obsidian M!
    Il libro in realtà si legge che è un piacere e, alla fine, quelli a cui l'ho consigliato in passato mi hanno prima maledetto, ma poi hanno dovuto ricredersi e ammettere che era molto interessante.
    Ciao!

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    Risposte
    1. Stai cercando di convincerlo a leggerlo o... ahah! Lo stai spaventando!

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