martedì 9 giugno 2015

"La figlia del Reverendo" di George Orwell: cambiare se stessi e non cambiare niente

Oggi sono qui per presentarvi un nuovo post di La biblioteca dimenticata, rubrica fissa sul mio blog curata da Davide Rigonat, il blogger che gestisce La casa della nebbia e l'autore di La nebbia e altri racconti.

L'elenco dei libri di cui si è occupato nei post precedenti è alla fine di questo post.
Oggi ci parlerà di La figlia del Reverendo di George Orwell.

A lui va un grandissimo ringraziamento!
Ora gli cedo subito la parola…


La figlia del Reverendo di George Orwell

Cari amici,
in questa puntata de La Biblioteca Dimenticata ho deciso di parlarvi di un libro scritto da un autore arcinoto come George Orwell e precisamente de La Figlia dl Reverendo.
Dell’autore non vi dirò molto, anzi mi limiterò a pochi cenni sulla sua vita, anche perché perfino in rete è facile trovare biografie molto dettagliate su di lui.


Eric Arthur Blair (Motihari, 25 giugno 1903 – Londra, 21 gennaio 1950), vero nome di George Orwell, oltre che romanziere è stato un importante saggista e giornalista britannico. Attivista di sinistra di matrice socialista, fu spessissimo in contrasto con le linee di pensiero ufficiali dei socialisti inglesi, oltre a essere antisovietico e fermo oppositore dello stalinismo e di tutti i totalitarismi. Questa sua visione politica e sociale, unita alla sua attenzione per le classi disagiate e le sue proprie esperienze, spesso in seno ad esse, diverranno elementi fondanti e ricorrenti in tutti i suoi romanzi.

Cominciò a pubblicare i suoi romanzi a trent’anni e continuò fino alla prematura scomparsa. I suoi due maggiori successi giunsero però in epoca tarda: La Fattoria degli Animali uscì infatti nel 1945 e 1984 del 1948. Il successo e il clamore che sollevarono queste due opere hanno forse offuscato, nel lettore italiano di oggi, il resto della sua produzione (o almeno così mi è sembrato facendo qualche domanda in giro…). Ecco perché ho deciso di parlarvi de La Figlia dl Reverendo. Terzo romanzo pubblicato in ordine di tempo (1935), esso racconta la storia di Dorothy, ventottenne figlia di un pastore anglicano del Suffolk che, dopo aver temporaneamente perso la memoria, si ritrova a condividere la sorte degli straccioni e degli emarginati finché, grazie all’apatico intervento di un suo cugino ricco e attraverso il purgatorio di un’esperienza umiliante e spersonalizzante in una scuola pubblica privata di quart’ordine, ritornerà al punto di partenza. Per spiegarvi meglio il senso della storia dobbiamo però esaminare la struttura del testo. Premetto che io non ho letto il romanzo in lingua originale, ma nella traduzione di Marcella Bonsanti in un’edizione Oscar Mondadori del 2005: per alcune mie considerazioni darò però per scontato che la traduttrice abbia reso in maniera esatta le differenze stilistiche dell’originale.

Il libro si articola in cinque capitoli, ognuno dei quali affronta una fase particolare della storia di Dorothy.

1. La vita da figlia del reverendo
Nel primo capitolo conosciamo la protagonista del romanzo e la sua vita fatta di rassegnazione, continue preoccupazioni e di incombenze quasi rituali. La sua esistenza si trascina tra visite ai parrocchiani, lezioni alle Giovani Esploratrici, visite ai malati, organizzazione delle numerosissime parate in maschera per le quali confeziona personalmente interminabili montagne di costumi in carta da pacco e colla per le che, con le Fiere di Beneficienza, dovrebbero portare in cassa le sterline necessarie a pagare le rate dell’organo o a qualche altro lavoro urgente in chiesa o altrove. Suo compito primario è poi accudire il padre, tirannico ecclesiastico fuori dal tempo che trascorre il suo tempo tra le mansioni del suo ministero, i ricordi di quando era a scuola a Oxford, il disprezzo per le altre congregazioni religiose locali, per i suoi parrocchiani e per i suoi creditori. Infine, Dorothy è e vuole essere fervente nella sua fede, tanto da frequentare tutte le funzioni e dedicarsi spesso alla contemplazione e alla preghiera e a infliggersi dolorose punizioni corporali con un grosso spillone ogni qualvolta notasse qualche distrazione o cedimento dei suoi propositi. L’unico elemento fuori dagli schemi nella sua vita è rappresentato dal signor Warburton, un cinquantenne pelato con tre bastardi e una vita scandalosa alle spalle con il quale tuttavia si è creata una specie di simpatia nonostante i ripetuti tentativi di assalto alla virtù di Dorothy portati dal navigato edonista. Ed è proprio dopo una serata passata a casa sua che Dorothy, nonostante l’ora tarda, si rintana nella serra del rettorato per confezionare almeno un paio di stivali con carta e colla e si chiude il primo capitolo. Nonostante uno stile un po’ zoppicante nelle prime pagine, il testo si riprende rapidamente e ci lascia un ritratto chiaro ed interessante di questa futura zitella che trascina la sua esistenza sotto il peso dei suoi numerosi e gravosi impegni svolti in un clima di indifferenza se non di ingratitudine generale, assillata da mille angosce, da un padre che non da segno di voler porre rimedio al declino della congregazione, al conto del macellaio che le si presenta alla mente come un mostro destinato a distruggerli. L’intera narrazione sembra però collocata in un tempo sbagliato. Sebbene la storia si svolga nel periodo tra le due guerre mondiali, si ha la netta sensazione (o almeno io l’ho avuta) che essa si svolga a metà del secolo precedente. Molte infatti sono le analogie con personaggi e situazioni d’intorno tipiche di molti romanzi inglesi della fine del Settecento o dell’Ottocento, con la descrizione di una società anacronistica e, in fin dei conti, profondamente ignorante e superstiziosa. Certo potrebbe essere che Orwell volesse farci capire che la società inglese non si era mossa negli ultimi cent’anni, ma la sensazione resta, anche alla luce di alcuni accenni a fatti contemporanei riportati nei capitoli successivi.

2. L'amnesia e il ritorno della memoria
Il capitolo secondo si apre con Dorothy completamente priva di memoria che vaga per le strade di Londra. Vi dico subito che di quest’amnesia l’autore non darà mai alcuna spiegazione, né mai si saprà cos’è successo nelle due settimane di buco. Agganciata con l’inganno da tre disperati in procinto di andare in campagna per la raccolta del luppolo, si aggrega a loro e parte (a piedi) per un viaggio che si rivelerà un lungo percorso tra il freddo e la fame in grado di anestetizzare la mente e di svuotarla completamente. Raggiunti i campi di luppolo, lei e Nobby, ultimo suo compagno d’avventura sopravvissuto, riusciranno a trovar un impiego e passeranno le successive settimane a lavorare senza sosta e quasi senza cibo. Alla fine, rimasta sola, Dorothy riacquisterà la memoria e, terminata la stagione e riscosso il magro stipendio, scoprirà che, a causa dei vaneggiamenti di una vecchia pettegola del suo paese e della penna di alcuni giornalisti senza scrupoli, sui giornali locali era stato montato per settimane il caso della figlia del reverendo, scappata di casa per motivi sentimentali con il vecchio amante pelato e vista per l’ultima volta in un bordello di Vienna. Per evitare lo scandalo decide quindi di andare a Londra per cercare un umile impiego sotto falso nome. Presa in affitto una stanza per una settimana in una stamberga, Dorothy avrà modo di sperimentare il pregiudizio e lo snobismo delle classi medie rispetto agli umili: la mancanza di bagaglio e la pronuncia colta vengono giudicati con sospetto e tutte le porte le vengono chiuse in faccia. Terminati i soldi e pensando di essere reietta anche da suo padre, che non aveva riposto alle cinque lettere piene di disperazione che gli aveva inviato, la nostra protagonista si avvia quindi alla vita in strada.

3. Vita in strada
Il terzo capitolo ci narra dei dieci giorni di vita in strada che Dorothy sperimentò a Londra. Esso si sviluppa in maniera teatrale, con continui dialoghi che si intrecciano e si sovrappongono da parte dei vari personaggi che, nella prima notte all’addiaccio della protagonista, le fanno compagnia in Trafalgar Square. Alcuni di questi hanno poi curiosamente lo stesso nome di altri già incontrati prima, anche se mai si dà conferma di questa identità. Grazie a questo artificio narrativo la scena risulta più immediata e vera e ci si presenta in tutta la sua drammatica attualità. Al culmine della disgrazia, dopo dieci giorni Dorothy viene addirittura pizzicata per accattonaggio.

4. Critica al sistema scolastico
Il quarto capitolo affronta un altro dei temi cari a Orwell: l’aspra critica al sistema scolastico privato inglese, che lui stesso aveva sperimentato in veste di insegnante. Dorothy, liberata dopo una notte in cella, viene rintracciata dal servitore di un suo cugino baronetto, sollecitato in tal senso dal padre. Portata a casa del ricco parente e rimessa in sesto, viene spedita in un sobborgo di Londra presso una scuola privata femminile in funzione di maestra, nonostante la totale mancanza di referenze. Nonostante la padrona della scuola sia una spilorcia maligna e acida, Dorothy si appassiona al suo lavoro come non avrebbe creduto possibile. Verificata infatti l’abissale ignoranza in cui versavano le sue ventuno alunne, decide di provare a stimolarle con nuove attività e nuove letture. Le ragazze, liberate dalla schiavitù di un sistema scolastico inutile e ingessato che non poteva che definirsi una farsa, cominciarono ben presto ad amarla e a frequentare la scuola con gioia. Ben presto però il nuovo corso delle cose si scontra con l’ignoranza, la bigotteria e l’ottusità dei genitori delle alunne, che le impongono  di fatto di tornare allo status quo. Sotto la pressione della padrona della scuola e sotto la minaccia di perdere il posto, Dorothy si adatterà alle loro richieste diventando un clone delle insegnanti precedenti ed attirandosi l’odio delle ragazze. Arriva perfino a mollare uno scapaccione a una scolara particolarmente indisciplinata, contravvenendo così a tutti i suoi principi. La ricompensa al suo uniformarsi sarà però, alla fine dell’anno scolastico, il licenziamento senza preavviso.

5. Ritorno allo status quo
Il quinto capitolo chiude il cerchio, anche se non vi sarà nessun riscatto finale. Mentre Dorothy lascia la scuola viene raggiunta dal signor Warburton che le porta la notizia della sua completa riabilitazione. Non solo lui, tornato da un lungo viaggio all’estero, aveva spiegato che loro non erano fuggiti assieme, ma la pettegola era stata condannata per diffamazione contro il locale direttore di banca, perdendo così ogni dignità agli occhi della comunità locale, tanto che si era trasferita altrove. Dorothy, felice, parte con lui in treno. Durante il viaggio Warburton riallaccia una dei loro soliti discorsi, chiedendole se si era finalmente liberata delle sue superstizioni cristiane. Dorothy ammette di fronte al vecchio ateo di aver perduto il senso della fede da quando ha recuperato la memoria e gli spiega come ora il mondo le sembri vuoto. Dopo averla così tormentata, l’altro si fa serio e chiede la sua mano, dipingendole davanti agli occhi il suo miserabile futuro di zitella senza un soldo. Quando però Dorothy, che aveva sempre rifuggito gli uomini e il matrimonio a causa di un ricordo traumatico della sua infanzia legato ai suoi genitori, rifiuta la sua offerta, egli fa spallucce e cambia discorso, senza che si possa decifrare la vera portata della sua proposta. Dorothy, alla fine delle sue avventure, non compie alcun atto clamoroso e nessuna rivoluzione interiore: decide anzi di tornare esattamente alla sua vita di prima, conformandosi anche all’uso delle pratiche religiose, anche se non ne sentiva più il significato. Un totale ritorno allo status quo, quindi, senza colpi di scena di sorta.

Conclusione
L’intero romanzo, da un certo punto di vista, non è che una scusa per l’autore per trattare alcuni dei suoi temi preferiti, come la denuncia sociale, le condizioni delle classi indigenti e dei senzatetto, il sistema scolastico inglese, privato e non, e così via. Nonostante ciò il romanzo non è formato da parti completamente scollegate tra di loro o unite in maniera esageratamente artificiale, mantiene anzi una specie di organicità nella circolarità della vicenda. Inoltre non è proprio vero che per Dorothy non è cambiato niente: lei e il suo modo di percepire le cose sono cambiati radicalmente, anche se poi decide scientemente di non mutare di una virgola l’aspetto esteriore della sua condizione. In definitiva, un romanzo con tante idee dove trovano origine alcuni spunti che Orwell svilupperà poi in lavori successivi e che, se anche non ha l’organicità e la complessità dei suoi grandi, ultimi capolavori, ci mostra comunque il lavorio di una mente in perenne ricerca.

Un libro in cui troviamo condensati tantissimi temi, legati da una vicenda interessante… come al solito un ottimo suggerimento da parte del buon Davide! Grazie!

Di seguito i link a tutti gli altri testi di cui ha parlato Davide:



3 commenti:

  1. Eccomi qua!
    Appena ho letto Orwell non potevo non precipitarmi a leggere di che si trattava!

    Dalla recensione capisco perfettamente i dubbi di davide riguardo la collocazione temporale dell'opera, si immagina proprio una situazione tipica di fine '800 piuttosto che ambientata negli anni '30/40, ma appunto potrebbe essere stata sia una scelta stilistica precisa che anche semplicemente un momento di studio/passaggio della scrittura di Orwell in cui ancora certe definizioni di stile dovevano essere rodate ed oleate meglio!

    Ottima recensione, approfondita ed interessante! :D

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    Risposte
    1. Innanzitutto grazie per i complimenti!
      Anche secondo me il senso di sfasamento temporale che si ha all'inizio è dovuto alla possibile influenza di tutta una parte importante della letteratura inglese precedente che Orwell ovviamente non poteva non conoscere (o magari solo un suo riverbero, visto che, in teoria, Orwell decriveva una serie di situaizoni che aveva vissuto anche in prima persona), oltre che a un momento di sviluppo tecnico dello stile narrativo dell'autore.

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    2. Non sono certo un'esperta, però credo proprio che se uno come Orwell fa una cosa del genere di certo non la fa per caso e tanto meno per sbaglio. L'analisi fatta da Davide è come sempre molto precisa e interessante.

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