giovedì 9 luglio 2015

"Inferno" di Johan August Strindberg: tra narrativa e autobiografia

Oggi sono qui per presentarvi un nuovo post di La biblioteca dimenticata, rubrica fissa sul mio blog curata da Davide Rigonat, il blogger che gestisce La casa della nebbia e l'autore di La nebbia e altri racconti.

L'elenco dei libri di cui si è occupato nei post precedenti è alla fine di questo post.
Oggi ci parlerà di Inferno di Johan August Strindberg.

Lo ringrazio calorosamente per questo post e la dedizione con cui si occupa di questa rubrica.
E ora gli lascio la parola…


Inferno di Johan August Strindberg


Cari amici,
eccoci arrivati ad un nuovo appuntamento con la nostra Biblioteca Dimenticata. Come annunciato, questa volta ho scelto di parlarvi di uno dei capolavori di un importantissimo scrittore svedese vissuto tra la seconda metà del XIX secolo e l’inizio del XX: Inferno di Johan August Strindberg (di cui io ho letto l’edizione Oscar Mondadori del 2005 con traduzione di Ludovica Koch, NdR).


Alcune informazioni sull'autore
Al solito, due parole sull’autore: nato a Stoccolma nel 1849 e morto nel 1912 nella stessa città, Strindberg fu un personaggio poliedrico e di difficile catalogazione. Se è vero che egli fu soprattutto scrittore, drammaturgo e poeta, certo è che in vita si dedicò a molti altri interessi, tra cui in questa sede interessa ricordare soprattutto la chimica, l’alchimia, l’occultismo e le teorie spirituali e teosofiche/teologiche (pubblicherà, tra l’altro, diversi libri di chimica/alchimia, in alcuni casi apprezzati da occultisti e teosofi, ma generalmente bollati come sciocchezze dagli scienziati del tempo). Strindberg comincia a scrivere molto presto, soprattutto per il teatro, e molto presto arriva anche il successo. Nonostante ciò, avendo lasciato la casa paterna a neanche diciotto anni e non potendo contare quindi su entrate troppo cospicue, è costretto a passare a vivere nei sobborghi di Stoccolma in camere in affitto, circostanza da cui trarrà grande ispirazione.
Le tematiche che affronta e il taglio critico nei confronti della società in cui vive che cala nei suoi testi gli procurano però anche varie delusioni. Molte opere gli vengono rifiutate da editori e teatri e dovranno aspettare parecchi anni prima di essere rappresentate. Un po’ per questo, un po’ a causa delle posizioni antifemministe e in generale ferocemente critiche nei confronti delle istituzioni del suo paese, un po’ a causa del suo temperamento, nel 1883 Strindberg è costretto a lasciare una prima volta la Svezia con la prima moglie (l’attrice Siri von Essen) e la famiglia. Vi ritornerà solo nel 1889 dopo aver toccato molti paesi europei. Il rientro in patria dura però poco e nel 1892 Strindberg riparte alla volta di Berlino. Nell’anno seguente si risposa con la giornalista Frida Uhl, da cui ha la figlia Krestin. Questo rapporto avrà però vita breve, tanto che già nel 1894 i due si separano. Matura così il periodo della cosiddetta crisi di Inferno (1895-1897), di cui ci occuperemo meglio in seguito, al termine della quale il nostro autore torna definitivamente a Stoccolma. Tornato in patria, Strindberg riprende a pieno ritmo la produzione di drammi, romanzi e saggi spesso taglienti e satirici di grande spessore e successo; si risposa per la terza volta; fonda con l’attore A. Falk (nel 1907) il Teatro Intimo di Stoccolma dove fa rappresentare i suoi drammi da camera (testi basati su un piccolo motivo ma ben approfondito, pochi attori e poche scene) salvo poi lasciarsi andare a sperimentazioni musicali e d’avanguardia. Continua a gettarsi in dispute di politiche e letterarie centrate soprattutto sul ruolo della figura dello scrittore, secondo lui sempre baluardo erto a evidenziare lo scandalo e ciò che di contraddittorio c’è nella società. Morirà nel 1912 per un cancro allo stomaco.

Inferno
Inferno, scritto in meno di due mesi nel 1897, altro non è che il racconto/diario della vita di Strindberg tra il 1895 e 1897. Eppure è anche molto di più: è un collage di episodi e di aneddoti sapientemente collegati, di episodi ripetuti ad arte, è un romanzo ossessivo, onirico, sperimentale… ed è un’opera assolutamente letteraria pur nella sua autobiograficità, non essend
o ben chiaro il confine tra l’una e l’altra componente.

Il racconto si apre nel 1895, a Parigi, con Strindberg che, rimasto solo dopo che la moglie era partita per l’Austria per raggiungere la figlia malata, disgustato dal teatro che pure tanti successi gli aveva regalato e dalla cultura e alla letteratura in generale, si conferma nel suo proposito di dedicarsi completamente alla scienza, e per la precisione alla chimica. Il suo scopo è la determinazione dei principi componenti dello zolfo, con l’intento ultimo di dimostrare l’unità della materia organica ed inorganica. Strindberg in realtà è già in piena crisi e gli effetti non tarderanno a farsi vedere. Reduce da un esperimento concluso con successo e con il quale era riuscito a dimostrare la presenza di carbone nello zolfo, sarà costretto a ricoverarsi in ospedale per curare le gravi ferite alle mani procuratesi nel corso dell’esperimento stesso. L’autore comincia a scorgere segnali, coincidenze, presagi in ogni dove e comincia a maturare la convinzione di essere ingiustamente perseguitato da qualcuno o da qualcosa. Abbandonato lo zolfo, decide poi di dedicarsi alla sintesi dell’oro e si convince di essere riuscito nell’impresa. Sentendosi quasi un essere eletto, comunica addirittura la sua scoperta a degli amici scienziati. Contemporaneamente, anche a causa delle sue precarie condizioni economiche, entra in contatto con un suo connazionale teosofo che decide di sostenerlo economicamente ma che tenterà di farlo aderire alla teosofia, cosa che porterà alla rottura dei rapporti tra i due. Comincia anche lo studio di libri di magia nera e di occultismo, mentre il suo spirito vacilla tra l’ateismo, la miscredenza, la religiosità. Rapidamente le mania di persecuzione di Strindberg peggiorano, convinto di essere costantemente messo alla prova dalle Potenze, forze occulte che gli infliggerebbero continui tormenti a fini ora punitivi, ora redentivi. Roso dalla fame e dalla mancanza di sonno e spesso completamente solo (si era autoimposto, tra le altre cose, una sorta di isolamento sperimentale), si vede oggetto di oscuri intrighi e complotti orditi per assassinarlo da teosofi, da demoni, da maghi oscuri, da alchimisti e chimici che volevano per sé il segreto della sintesi dell’oro; complotti che gli venivano rivelati da coincidenze, segni, rumori. La notte, in particolare, era scampato più volte agli assalti che i suoi nemici gli portavano con macchine elettriche. Preso nel vortice sempre più inestricabile delle visioni e della suggestione, Strindberg vaga ai limiti del suicidio guidato da qualcosa o qualcuno a cui neppure lui riesce a dare un nome. Quest’orgia autodistruttiva riuscirà ad arrestarsi solo grazie all’amore della figlia di due anni e mezzo, che Strindberg andrà a trovare in Austria a casa della suocera, e grazie alla scoperta di Swedenborg e delle sue dottrine teologiche e mistiche. In esse egli legge la sua storia, che comprende finalmente essere un passaggio all’inferno (che è reale e si trova sulla terra), e si convince che essa gli è stata imposta quale ammaestramento e quale esempio per gli altri uomini. Egli potrà quindi giungere alla redenzione solo attraverso il pellegrinaggio, le tribolazioni e l’espiazione. Quale sarà però la via della Redenzione? Apparentemente, un ritorno al cattolicesimo, la religione dei padri, dopo un percorso che dal protestantesimo era sfociato nell’ateismo e nella superstizione più pura. Se poi la conversione sarà stata in grado di riportare Strindberg alla pace e alla sanità mentale (o se avrà veramente attecchito nel suo animo) non lo potremo mai sapere con certezza: il romanzo si ferma qua. 

La prosa di Strindberg è chiara, decisa, caratterizzata da quadri ben precisi che si susseguono con ritmo incessante (caratteristica che poi tornerà soprattutto nella sua successiva produzione teatrale, NdR), descritti con frasi spesso brevi, in alcuni casi brevissime, quasi delle sentenze. Il linguaggio è straordinariamente moderno se riferito all’epoca, evidente fonte a cui faranno riferimento molte avanguardie di inizio XX secolo. Strindberg adatta la terminologia allo stato d’animo che attraversava nel momento in cui la scena si svolgeva, spesso radicalizzando ed esasperando similitudini, termini e simbologie per poter meglio imprimere con poche parole le sensazioni che vuole descrivere nel lettore. Anche dal punto di vista compositivo l’opera si presenta accuratamente strutturata, con un ben preciso alternarsi delle varie parti. L’autore ricorre persino all’inserimento di interi brani tratti dai suoi diari veri e propri, senza che ciò vada ad appesantire la composizione o strida con le altre parti. L’effetto è una narrazione coinvolgente, avvolgente, che tende a legare empaticamente il lettore al protagonista, rendendolo partecipe dei suoi turbamenti e portandolo, in un certo senso, a tifare per lui.

Insomma, anche senza volersi dilungare troppo (e ce ne sarebbe ampiamente la possibilità), non posso che consigliarvi questo capolavoro di uno dei massimi esponenti (con Ibsen) della letteratura scandinava, nonché, a mio avviso, uno dei grandi scrittori della storia in assoluto.


Un personaggio decisamente tormentato che ci ricorda che l'inferno, a volte, lo viviamo su questa terra… come al solito, un bellissimo suggerimento di lettura. Grazie, Davide!



Di seguito i link a tutti gli altri testi di cui ha parlato Davide:




Note: La foto usata come sfondo del banner è da attribuire a Luciano Caputo (vedi CC nel link).


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