venerdì 2 novembre 2018

"Brain on fire": un film Netflix su una rara malattia autoimmune


 Visto che sono stata particolarmente polemica qualche tempo fa parlando della serie Netflix Afflicted (che vi consiglio nuovamente di non guardare, al più rileggetevi il mio post sul tema in cui spiego il perché), oggi torno a parlare di un prodotto Netflix sul tema della malattia. Consideratela una sorta di rivincita per il portale di streaming, ok?

Scherzi a parte, oggi voglio parlarvi di Brain on fire, un film originale Netflix del 2016, scritto e diretto da Gerard Barrett e basato sull'omonima autobiografia di Susannah Cahalan, una giovane giornalista che si è trovata a combattere con una rara malattia autoimmune al cervello.


Purtroppo questa recensione non sarà priva di spoiler, perché quello che voglio dirvi riguarda in gran parte il finale, quindi, se volete vederla e temete lo spoiler, vi consiglio di rimandare la lettura di questo mio post, anche se, essendo una storia vera, conta più il come viene raccontata che la sorpresa finale (altrimenti nessuno guarderebbe mai un film su Gandhi, per esempio, dato che si sa che muore). Ma mi sto perdendo in chiacchiere…

Brain on fire è un film molto bello, secondo me. Mi sono piaciute molto la regia e l'interpretazione (soprattutto della protagonista), ma quello che più mi ha colpito è il messaggio di fondo di questa pellicola, soprattutto per chi si trova a convivere con una malattia dalla diagnosi difficile. Ed è di questo che vi voglio parlare.

Quando Susannah inizia ad avere dei disturbi, sembra solo stanca, irascibile, paranoica, mentalmente disturbata. Per i medici è facile dare la colpa a un bicchiere di vino di troppo e, in un'ultima analisi, dare la colpa a lei. Fa una vita sregolata, la carriera la preoccupa, beve: insomma, è un problema suo. Ma lei non ha affatto un problema con l'alcool. Smette senza problemi di bere alcolici, ma i suoi sintomi peggiorano, allora la colpa la danno a presunte crisi di astinenza. Ma, niente, la sua salute continua a peggiorare. Gli esami sono perfetti, nessun'indagine diagnostica evidenzia un problema oggettivo. E allora ecco i medici subito pronti ad attribuirle problemi mentali: è bipolare, soffre di personalità multipla, è schizofrenica… insomma, ogni medico dice la sua, ma, dato che non trovano niente nel suo corpo che non va, il problema deve essere altrove: nella psiche. Ancora una volta, ciò che non è visibile, semplicemente non esiste. Susannah è in un letto, incapace ormai persino di parlare o muoversi in autonomia e i medici consigliano semplicemente di spostarla in una clinica psichiatrica, dove probabilmente avrebbe passato il resto della sua vita. Ma come dice il suo fidanzato, lei è ancora lì, da qualche parte.

Ed ecco la vera grande fortuna di Susannah: un fidanzato e, soprattutto, due genitori, pienamente dalla sua parte, che sbattono i pugni sul tavolo (letteralmente!) per far sì che i medici non si arrendano.

E la svolta, nel film ma anche nella sua vita, si ha proprio quando un medico promette alla ragazza che la ritroverà, che la riporterà indietro, capendo cosa non va. Sì, perché Susannah non era pazza, ma affetta da un terribile e rara malattia autoimmune del cervello: l'encefalite del recettore anti-NMDA
La sua storia, che ha avuto il coraggio di raccontare, ha consentito a molte altre persone di trovare una diagnosi e potersi curare.

C'è una frase del film che mi ha colpita così tanto da spingermi a scrivere questo articolo, perché ho sentito qualcosa vibrare dentro di me e gridare. Ve la riporto qui sotto, è un pensiero della protagonista nei minuti finali del film.

Sono fortunata, in un sistema che non vede le persone come me, grazie al dottor Najjar, mi hanno trovata. Mi ha trovata lui. Il mio organismo attaccava il cervello. Distruggeva completamente la mia capacità di agire. A quante persone nella storia avranno diagnosticato schizofrenia, psicosi, il disturbo bipolare, magari la semplice pazzia, mentre avevano una cosa così semplice da diagnosticare?



Ho letto recensioni molto critiche su questo film. Io non ho ancora letto il libro (ma lo farò!), quindi non so quanto sia rispettoso della vera storia, ma posso solo dire che, anche solo per questo messaggio, io ne consiglio la visione. La consiglio a chi è malato di una malattia sfuggente, a chi si è sentito dare del malato di mente  o del pazzo, per riscoprire che non siamo soli e che, un giorno, potremmo essere ritrovati anche noi. La consiglio a parenti e amici di chi è malato per mettersi per un attimo nei suoi panni, per provare a capire cosa significa ritrovarsi in una vita che non è quella che si voleva, in cui tutto va pian piano in frantumi e in cui tutti non perdono occasione di buttartene addosso la colpa, perché non trovano spiegazioni. In un mondo in cui ci sono malattie di serie B, poco conosciute o di non grande interesse, è una lezione importante che tutti dovremmo imparare e poi continuare a ripeterci.


8 commenti:

  1. Il post mi è piaciuto per il senso che gli hai dato, una grande verità: il film non l'ho visto ma giro che mi hai incuriosito^^

    Moz-

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    1. Io ho parlato di quello che ci ho visto, non so se la mia interpretazione sia condivisibile (ripeto, in molti ne hanno parlato male). Se ti ha incuriosito, guardalo e poi dimmi, se ti va!

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  2. Nemmeno io ho visto il film, ma ben vengano film come questi: per molti, purtroppo, le cose diventano reali solo quando se ne parla in televisione... e questo è tanto più vero quanto più l'argomento è 'scomodo', come nel caso della malattia.

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    1. Di solito i film sulla malattia sono sul cancro, o è solo una mia impressione? Ogni tanto è bene parlare di malattie diverse, soprattutto se sono rare e farle conoscere può aiutare qualcuno!

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  3. Un film denuncia utile per approfondire non solo l’argomento ma l’approccio alle persone. Grazie. Buona giornata.
    sinforosa

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    1. Esatto, soprattutto per far capire cosa vivono i malati quando non vengono creduti e, per questo, rischiano di non ricevere le cure adeguate!

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  4. Nanni Moretti in " Caro Diario" diceva che i medici sanno parlare ma non sanno ascoltare i pazienti. In cuor mio da sempre gli ho dato ragione.

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    1. Vero, troppo vero. Non conoscevo questa frase, ma è maledettamente vera, purtroppo!

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