venerdì 20 aprile 2012

Endecasillabi

Endecasillabi & Co.: facciamo un po’ di chiarezza e sfatiamo un antico stereotipo.

Di solito in questa rubrica presento una mia poesia con una riflessione su un genere o una tematica, questo mese invece no. Si tratta di un post sugli endecasillabi e ho deciso di usare esempi illustri del caro Dante Alighieri, anche se anch’io ne ho scritti alcuni che magari vi farò leggere un’altra volta.

Partiamo da una definizione:

L’endecasillabo è un verso di 11 sillabe.

Chi di voi non ha mai sentito questa affermazione? È quasi un assioma, una verità a cui non ci si può opporre, che ci insegnano a scuola fin da quando siamo piccoli e resta in noi come un mantra.

Bene, con questo post vedremo se questa frase è proprio così vera oppure no…

Contare le sillabe metriche
Per prima cosa dobbiamo imparare a contare le sillabe di un verso. Non sempre è così semplice come sembra. Sono sicura che la maggior parte di voi non ha problemi nella divisione in sillabe (magari i maggiori problemi si hanno con iati e dittonghi, ma sono risolvibili studiando la regola o cercando le parole su un buon dizionario come il mio caro Sabatini Coletti on line, in ogni caso un giorno magari ne parleremo sul blog). Nelle poesie però si contano le sillabe metriche e non tutte le sillabe perché alcune si uniscono tra loro, soprattutto quando una parola finisce per vocale e l’altra comincia per vocale (perché le due sillabe vengono pronunciare con un’unica emissione di voce). Questo fenomeno si chiama sinalefe ed è importante perché rende le sillabe toniche quasi sempre numericamente inferiori delle normali sillabe risultanti dalla divisione classica.

“Processo” a Dante
Prendiamo un verso e dividiamolo in sillabe.
E bravo Dante! 11 sillabe tonte tonde e senza neanche darci problemi con le vocali a inizio e fine parola e neanche uno iato o un dittongo.
Nel / mez / zo / del / cam / min / di /  no / stra / vi/ ta  (Dante Alighieri, Inferno, Canto I)
Non basta però un esempio per dimostrare una verità. In matematica, se un’affermazione è vera, bisogna dimostrare che è vera sempre, per dimostrare invece che è falsa basta anche solo un caso in cui non vale…
Prendiamo un altro verso e dividiamolo.

Ciò / che ‘n / grem / bo a / Be / nan / co / star / non / può (Dante Alighieri, Inferno, Canto XX)
In questo caso ho dovuto tener conto di una sinalefe (con l’unione delle sillaba finale di grembo a preposizione a). Ora contate le sillabe: sono dieci! Che vogliamo fare dunque? Dire che la Divina Commedia non è tutta in endecasillabi e che Dante ci ha ingannato per tutti questi secoli oppure cominciamo a mettere in discussione la nostra bella definizione di endecasillabo? Io opterei per la seconda ipotesi, infatti:
L’endecasillabo è il verso nel quale l’accento principale si trova sulla decima sillaba metrica.


In altre parole non conta che il verso abbia undici sillabe, ma dove ha il suo accento principale e cioè sempre sulla decima sillaba metrica. E così abbiamo salvato Dante che evidentemente aveva studiato bene la definizione.

Vari tipi di endecasillabi
Ma allora perché ci insegnando che l’endecasillabo è un verso di 11 sillabe? Beh, un motivo c’è. Quasi tutti gli endecasillabi hanno 11 sillabe, perché la maggior parte delle parole italiane è piana e quindi ha l’accento sulla penultima sillaba (nel post sugli accenti ho spiegato tutto, vi ricordate?) . Per questo il primo verso della Divina Commedia e quasi tutti gli altri hanno 11 sillabe e sono dunque endecasillabi piani. Esistono però anche gli endecasillabi tronchi (cioè quelli che terminano con una parola tronca), come nel secondo esempio tratto dall’Inferno, che hanno 10 sillabe (in questo modo l’ultima sillaba è accentata ed è la decima). E ci sono anche endecasillabi sdruccioli che hanno dunque 12 sillabe (in questo modo la terzultima sillaba è accentata ed è la decima) e via dicendo. In base dunque alla parola finale del verso e al suo accento tonico, il verso stesso sarà più lungo o più breve, ma continuerà ad avere l’accento prevalente sulla decima sillaba.

Non solo endecasillabi
Quando detto ovviamente vale anche per settenari, ottonari e novenari, per i quali ci sono sempre state presentate definizioni semplificate valide nella maggior parte dei casi, ma non in tutti. Quindi un settenario non è un verso di sette sillabe, ma un verso con l’accento tonico prevalente sulla settima sillaba. Quindi un ottonario…

Versi iperometri e ipometri
In realtà poi non è nemmeno tutto così semplice, perché ci possono essere versi ipèrometri che hanno una sillaba in più del dovuto, tale sillaba però deve venire in qualche modo compensata quindi in genere ci possono essere due casi:
  • Il verso successivo è ipòmetro (cioè ha una sillaba in meno del dovuto).
  • L’ultima sillaba del verso ipèrometro si elide con la prima del verso successivo che comincia per vocale (questo fenomeno si chiama episinalefe, cioè è una sinalefe che si crea tra due versi).

Conclusioni
Se si vuole scrivere una poesia in endecasillabi è bene tener conto del fatto che gli endecasillabi non hanno tutti 11 sillabe e comportarsi di conseguenza!

Voi scrivete poesie in metrica? Conoscevate queste regole oppure ho sconvolto le vostre memorie scolastiche? A voi la parola…

6 commenti:

  1. Hai ragione, naturalmente. La metrica italiana è fondata sugli accenti, che prevale sulla lunghezza effettiva del verso.
    La metrica latina, invece, e anche quella greca sono basate sulla durata delle sillabe, tanto che l'accentazione è diversa rispetto a quella della stessa frase proposta in forma di prosa.
    Gli anglosassoni invece mi sembra che si basino su un buffo mix di accentazione e suoni (allitterazioni) di derivazione norrena.
    Insomma, ogni lingua ha le sue soluzioni!

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    1. Grazie per il commento sulla metrica nel mondo! Davvero interessante. Le allitterazioni ci sono anche nella metrica italiana. Per il resto hai proprio ragione: ogni lingua ha la sua metrica!

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    2. Non ti dico che dramma leggere gli esametri greci con accenti e punteggiatura totalmente sfasata rispetto alla metrica! :D

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    3. Se ti può consolare, io non so il greco e non so leggere gli esametri greci! Di certo non deve essere facile!

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  2. Nonostante scriva anche poesie la tematica non mi esalta: infatti le uniche poesia in metrica che abbia mai scritto (se si esclude un haiku), sono quelle che il mio prof. di Italiano affibbiò a noi studenti come esercizio per casa.

    La poesia è per me quasi unicamente uno sfogo, e lo sfogo è per definizione antitetico a qualunque tipo di costrizione o vincolo. Ribadisco che è solo il mio modo di scrivere in poesia e non contesto la produzione di versi in metrica di per sé.

    Ciò detto, confesso che non ero a conoscenza della regola dell'accento sulla decima sillaba metrica, per quanto sapevo anche che non sempre un endecasillabo è composto da undici sillabe: se la mia maestra delle elementari ha un merito, è quello di averci insegnato a contare le sillabe metriche, con un metodo non scientifico ma rapidissimo e funzionante.

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    1. Anch'io non ho mai amato molto scrivere poesie in metrica e ne ho scritte davvero poche, però recentemente mi sono resa conto di quanto sia difficile... allora, quando qualcosa diventa una sfida, non so proprio resistere!
      Le maestre delle elementari avranno anche qualche difetto, ma anche tanti meriti... se vuoi esporre il tuo metodo, fai pure. Sono curiosa! Qui o in un guest post dedicato. Come sempre, grazie mille per il commento!

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